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Covid-19: vantaggi fiscali per le donazioni in parrocchia

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Il Decreto Legge n. 18/2020 (c.d. Decreto Cura Italia) ha introdotto per l’anno 2020 una agevolazione fiscale per incentivare le erogazioni liberali effettuate a favore o per il tramite di determinate entità e finalizzate esclusivamente al finanziamento di:

  • interventi in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19
  • misure di solidarietà alimentare

Queste offerte liberali possono essere effettuate da persone fisiche, enti non commerciali e soggetti che svolgono un’attività economica (imprenditori, società, ecc.).

Tra le entità destinatarie di queste erogazioni sono indicati dalla norma – oltre allo Stato, Regioni ed altri – anche gli enti religiosi civilmente riconosciuti (ad esempio le parrocchie) che – come le altre entità – possono utilizzare gli importi ricevuti solo per le finalità evidenziate ai numeri 1) e 2).

Misura e destinatari dell’agevolazione

Alle persone fisiche ed agli enti non commerciali spetta una detrazione dall’imposta lorda ai fini dell’imposta sul reddito (IRPEF) pari al 30% dell’importo della erogazione, per un importo non superiore a 30.000 euro (ad esempio: su una donazione di 1.000 euro si beneficia di una detrazione dall’IRPEF di 300 euro).

Per i soggetti che svolgono un’attività economica l’offerta è invece deducibile dal reddito fiscale dell’impresa.

Come deve essere effettuata l’erogazione liberale

Al fine di poter usufruire dell’agevolazione, l’erogazione deve essere “tracciabile” e dunque può essere effettuata dal donatore tramite:

  • bonifico bancario
  • bonifico postale
  • carte di debito
  • carte di credito
  • carte prepagate
  • assegni bancari e circolari

Le erogazioni in contanti non consentono dunque la fruizione della agevolazione.

Documentazione attestante il sostenimento dell’onere

Per quanto riguarda la documentazione attestante il sostenimento dell’onere, è necessario che dalla ricevuta del versamento bancario o postale effettuato dal donatore oppure – in caso di pagamento del donatore con carta di credito, carta di debito o carta prepagata – dall’estratto conto della società che gestisce tali carte, sia possibile individuare:

  • il soggetto beneficiario dell’erogazione liberale
  • il carattere di liberalità del pagamento e che lo stesso sia finalizzato a finanziare gli interventi in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Nel caso di assegni bancari e circolari nonché nell’ipotesi in cui dalla ricevuta del versamento bancario o postale o dall’estratto conto della società che gestisce le carte non sia possibile individuare gli elementi sopra evidenziati è da ritenere che, in questi casi, possa rendersi applicabile la procedura prevista dall’Agenzia delle Entrate per donazioni analoghe previste da altre norme.

Pertanto, il donatore dovrà essere in possesso della ricevuta rilasciata a suo favore dall’ente religioso (quindi ad es. dalla parrocchia) dalla quale risultino, oltre al beneficiario:

  • Il donante
  • la modalità di pagamento utilizzata
  • il carattere di liberalità del pagamento e che lo stesso sia finalizzato a finanziare gli interventi in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 oppure a finanziare misure di solidarietà alimentare.

 

8xmille online

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Termoli, riaperta al culto la chiesa dei santi apostoli Pietro e Paolo
Lo scorso 7 ottobre, festa della Beata Maria Vergine del Rosario, è stata riaperta al culto la chiesa dei santi apostoli Pietro e Paolo a Termoli. A presiedere la celebrazione il Vescovo di Termoli-Larino Gianfranco De Luca. La riapertura fa seguito agli importanti interventi di ampliamento e sistemazione finanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana, nell’ambito dei fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, e con fondi propri della parrocchia. Il progetto complessivo ha previsto, tra le altre cose, anche la realizzazione dei nuovi locali pastorali, con un grande salone (dove si sono svolte le funzioni nel periodo dei lavori) e ampi spazi per la catechesi e altre attività. (Agenzia Sir)

Lucca, poiché «inserisce i rifugiati nel lavoro» l’Unhcr premia la cooperativa agricola Calafata
La Cooperativa agricola Calafata, legata alla diocesi di Lucca e nata nel 2012 con i fondi dell’8xmille, ha ricevuto un importante riconoscimento dall’Unhcr: premiazione il 10 novembre. La notizia è stata diffusa da Toscana Oggi.

A Viterbo inaugurato il progetto “be food”
Inaugurato il 9 ottobre in strada Acquabianca alla Quercia il centro per l’aiuto alimentare Visconti, nato dal progetto “be food”. Caritas italiana e fondi CEI dell’8xmille sono i due fattori di questa equazione vincente per il sostegno alle classi più deboli. Un’iniziativa che grazie alla sinergia tra banco alimentare del Lazio e diocesi di Viterbo e Civita Castellana ha reso possibile il taglio del nastro del primo centro per l’aiuto alimentare. La notizia su viterbonews24.it

A Spoleto grazie all’8xmille ci sono state 2 consacrazioni
Su umbriaon.it la notizia di 2 consacrazioni entrambe rese possibili grazie ai fondi 8xmille. Si tratta della della nuova chiesa parrocchiale intitolata a San Giovanni Paolo II nel quartiere di San Nicolò e dell’inaugurazione dell’oratorio della parrocchia di San Venanzo intitolato a San Giovanni Bosco.

TuttixTutti: a Bologna la “Casa del Pellegrino”

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La parrocchia dei Santi Pietro e Girolamo di Rastignano (Bologna) ha vinto il terzo premio del concorso nazionale TuttixTutti, indetto dal Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, che intende promuovere le idee nate nelle parrocchie grazie ai fondi dell’8xmille a vantaggio dei più deboli.

La parrocchia, avendo a disposizione un piccolo appartamento adiacente alla canonica, quello che era un tempo l’appartamento del sagrestano, ha deciso di concederlo in comodato gratuito a chi ne ha davvero bisogno, aprendo le porte in particolare a famiglie in una situazione di indigenza economica, per dare un alloggio e superare un momento difficile, dovuto perlopiù alla perdita del lavoro e alla difficile condizione di immigrazione e, ora, aggravato dalla pandemia del Covid-19. Con i fondi disponibili e le offerte dei fedeli, gli ambienti sono stati ristrutturati e hanno avuto la denominazione di Casa del Pellegrino.

In tempi diversi la Casa ha accolto due nuclei famigliari: al momento non si ritiene di fissare un periodo massimo di permanenza in modo da dare tempo e serenità agli ospitati accolti per emanciparsi senza angosce ulteriori: durante l’ospitalità le famiglie sono seguite dal gruppo della Caritas parrocchiale per la ricerca di un lavoro e per il reperimento di una casa definitiva. La Casa del Pellegrino è solo una sistemazione provvisoria ed urgente per le famiglie in difficoltà. I diecimila euro ottenuti da TuttixTutti andranno a coprire in parte le spese per la ristrutturazione, gli arredamenti, impianto fotovoltaico, pompe di calore, elettrodomestici, utenze e per le spese necessarie a sostegno delle famiglie in difficoltà.

“Liberi di partire, liberi di restare”: si conclude dopo 3 anni un’iniziativa straordinaria

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Si è svolta a Roma, lo scorso 14 ottobre, l’evento conclusivo della Campagna CEI “Liberi di partire, liberi di restare”.

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Sono i quattro verbi indicati più volte da papa Francesco e ribaditi nell’Enciclica “Fratelli tutti” come sintesi dell’impegno nei confronti delle persone migranti. Proprio questi verbi hanno fatto da filo conduttore alla Campagna “Liberi di partire, liberi di restare”, lanciata dalla Chiesa Italiana nel 2017 per aumentare la consapevolezza delle storie dei migranti, sperimentare un percorso di accoglienza, tutela, promozione e integrazione di quanti arrivano nel nostro Paese, riconoscere il diritto di ogni persona a vivere nella propria terra.

In quest’ottica, la Campagna ha agito a livello concreto, finanziando (con i fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica) 130 progetti in Italia, nei Paesi di transito e in quelli di partenza dei flussi migratori, per un totale di 27.529.890 euro.

Centodieci sono gli interventi avviati in Italia per 14.879.290 euro: di questi 29 sono quelli promossi da associazioni, istituti religiosi e cooperative (9.433.920) e 81 quelli voluti dalle diocesi (5.445.370).

Sono invece 7 i progetti finanziati nei Paesi di transito – Marocco, Albania, Algeria, Niger, Tunisia e Turchia – per una somma di 4.284.600 euro.

Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Guinea sono i Paesi di partenza dei flussi migratori in cui sono state avviate 13 iniziative per uno stanziamento complessivo di 8.366.000 euro.

All’intervento negli ambiti della formazione, della sanità, del lavoro e dello sviluppo, si è affiancata un’opera sul fronte culturale, volta alla sensibilizzazione e alla promozione di una cultura dell’incontro. A coordinare le attività della Campagna, è stato il “Tavolo Migrazioni”, un organismo formato da rappresentanti dell’Ufficio nazionale per gli interventi caritativi a favore del Terzo mondo, di Caritas Italiana, di Migrantes, di Missio e dell’Apostolato del mare, che nel tempo è diventato anche un modello di lavoro per le diocesi. Grazie al coinvolgimento dei Vescovi, infatti, sono nate diverse esperienze di pastorale integrata a livello locale, preludio all’elaborazione e alla realizzazione di progetti e all’organizzazione di iniziative sui temi dell’accoglienza, dell’integrazione, dell’accompagnamento dei minori.

Dal 31 ottobre 2017, è online il portale www.liberidipartireliberidirestare.it che ha accompagnato lo svolgersi della Campagna, raccontando le storie e le testimonianze delle persone coinvolte, sia dei promotori delle attività sia dei loro beneficiari. La grande mappa in home page permette di “entrare” nei luoghi di intervento, di scoprire cosa vi si realizza e con quante risorse, mentre la sezione “news” aiuta ad approfondire il significato e gli ambiti di questa iniziativa straordinaria della CEI attraverso le voci dei protagonisti.

Insieme al sito, per tutta la durata della Campagna è stata offerta alle diocesi, alle parrocchie, alle Caritas locali, ai Centri missionari e Migrantes, ai gruppi, alle associazioni e agli operatori pastorali impegnati a vario titolo sul fronte delle migrazioni, dell’accoglienza e dell’educazione alla mondialità la Newsletter, uno strumento agile per contribuire alla riflessione e alla sinergia, oltre che per favorire il confronto e lo scambio di esperienze a livello nazionale e internazionale.

Chi dona per i sacerdoti moltiplica la speranza

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MASSIMO MONZIO COMPAGNONI direttore del Servizio promozione Cei per il sostegno economico alla Chiesa

 

Cari lettori,

entrando in questa comunità, la vostra comunità di fedeli attivi sostenitori della Chiesa e delle sue attività, raccolgo con gioia un testimone carico di responsabilità. Per me è l’inizio di un cammino insieme a voi che accompagnate con l’Offerta e il vostro amore la missione dei sacerdoti diocesani che operano nei paesi spopolati o nelle periferie urbane, con i volontari nelle opere per i più soli o per sostenere i giovani.
Nel tempo vorrei instaurare con voi un dialogo attraverso le pagine di Sovvenire, attorno a storie, rendiconti e testimonianze, cercando di incontrarci ogni trimestre per sostenere chi annuncia oggi il Vangelo con la Parola e le opere, chi aiuta il Paese degli ultimi a superare le difficoltà e a riprendere fiducia, perché a fare il bene sono in tanti, sempre meglio visibili, anche attraverso le pagine del nostro giornale.
Chi si ritrova su Sovvenire è l’esempio di una Chiesa partecipe e misericordiosa che dà testimonianza: i fedeli corresponsabili e informati sulle necessità della Chiesa che prima di altri hanno sentito che era tempo di fare un passo avanti. Testimoni concreti di uno spirito ecclesiale che trasmette responsabilità e gioia ai sacerdoti. Come ci ricorda spesso anche Papa Francesco, il loro annuncio rinfranca il nostro cammino, ma anche la comunità viva, con la sua vicinanza e aiuto, fa il buon sacerdote.
Così la nostra ‘comunità a distanza’ è una lanterna che indica la via di casa, sempre accesa anche nelle stagioni più incerte, come quella attuale. Quest’autunno, alle prese con le grandi necessità innescate dalla crisi sanitaria, economica e sociale, vivremo probabilmente mesi inediti e complessi.  Per questo l’aiuto di tutti, anche piccolo ma donato in tanti, darà ancora spazio alla speranza. Il sovvenire è infatti scuola di condivisione: insegna a tessere relazioni fraterne e a non dimenticare, a ricordare con il cuore e donare quanto si può con gioia, insegna appunto a sovvenire. È un modello di carità e di vita di cui avremo sempre più bisogno.

 


Famiglie e imprese in difficoltà, le diocesi rispondono

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A cura di DANIELA DE VECCHIS (Bologna), STEFANO NASSISI (Pescara), TERESA CHIARI (Cagliari), MANUELA BORRACCINO (Novara)

foto AGENZIA ROMANO SICILIANI / EMANUELE GIOVANNI SANDON (Novara)/ MAURIZIO COGLIANDRO/CREATIVE COMMONS

BOLOGNA
“Ora serve un nuovo modello di carità”
“Se una crisi inedita disegna nuovi profili di povertà, allora anche la carità va ripensata. Il Fondo San Petronio (FSP) nasce per aiutare chi, per l’emergenza Covid, ha perso il lavoro o ha visto ridursi significativamente la sua attività” spiega don Matteo Prosperini, direttore della Caritas di Bologna. Cambiano i poveri e cambia il tipo di aiuto. “Mentre accompagniamo come sempre i più fragili e l’utenza ordinaria in un cammino di sostegno, ai nuovi vulnerabili diamo risorse immediate, sul conto corrente, per rimettersi in moto e scongiurare il pericolo che vadano ad ingrossare le fila della fragilità”. Voluto dal cardinale Matteo Maria Zuppi e finanziato dall’Arcidiocesi di Bologna con un milione di euro, all’FSP “sono arrivate oltre 2.300 domande, di cui più di 500 risultate idonee. Abbiamo già consegnato i primi assegni, tra 400 e 800 euro al mese (in base alla condizione di singolo, coppia e al numero di figli), reiterabili fino a tre volte”. 
“È stata dura restare chiusi due mesi e mezzo –racconta Cinzia, parrucchiera – e alla riapertura si sono aggiunti i costi della sanificazione del locale. Sola con due figli, il Fondo mi ha dato la concreta possibilità di fare la spesa, senza non so come avrei fatto”. Tra le domande accolte anche quella di Maria, originaria dell’Iran, che con il fratello ripara biciclette e potrà far fronte ad affitti e scadenze. “Oltre alle bollette arretrate -afferma Paolo, pizzaiolo- ho pagato il dentista per mia figlia. Ringrazio di cuore la Provvidenza e chi ci ha aiutato”. Ma urge un cambiamento di mentalità. “La carità – osserva don Matteo – è sempre stata interpretata come l’aiuto del ricco al povero, una donazione del superfluo, mentre le operatrici dell’ FSP si sono trovate spesso di fronte persone come loro, con richieste che faremmo pure noi se ci trovassimo improvvisamente in rosso, come un tablet per i figli o la spesa. Si impone dunque una riflessione: oggi aiutare significa fondamentalmente condividere”. L’FSP, aggiunge il sacerdote, 43 anni, approdato alla vita consacrata sull’esempio di tanti preti instancabili nell’aiutare il prossimo, “è uno strumento pastorale perché ha creato una rete tra parroci e Caritas”. Sullo sfondo, il sostegno dell’8xmille, “risorsa che ci dà la possibilità di fare progetti a lungo termine”. D.D.V.

 

PESCARA
“Custodiamo il lavoro e le persone”

Piccoli imprenditori. Artigiani. Famiglie monoreddito. Precari. Lavoratori non in regola. Prima dell’emergenza Covid molti riuscivano, seppur a fatica, a sbarcare il lunario. Ora però rischiano di sprofondare. Sono almeno 500 le nuove famiglie seguite dalla Caritas nel territorio di Pescara-Penne, il 30% in più. Per loro il “Salvadanaio della solidarietà, un fondo d’emergenza costituito da offerte di fedeli. “L’aiuto fraterno non si è fatto attendere: siamo già a oltre 60 donazioni” racconta Corrado De Dominicis, direttore Caritas, che ha ereditato il progetto avviato da don Marco Pagniello, chiamato a Roma al coordinamento delle politiche sociali e welfare della Caritas nazionale. “L’emergenza non è finita, ora bisogna ripartire con gli strumenti giusti. In questa prima fase provvediamo alle esigenze più immediate, come affitti e utenze. Poi proveremo a riavviare alcune attività con un aiuto economico e sosterremo il rientro nel mondo del lavoro con tirocinii formativi. Per dirla con Madre Teresa, questa è la nostra goccia nell’oceano. Una goccia che guarda oltre, che si propone di salvare il connubio indissolubile tra persone e lavoro e di custodire così la famiglia”. Una goccia che presto sarà pioggia. S.N.

 

CAGLIARI
“È tempo di vivere per gli altri”
È già in funzione a Cagliari il Fondo diocesano di solidarietà. Dotazione: 1 milione 61 mila euro. Cioè l’intero contributo straordinario ‘covid’ inviato dalla Cei grazie alle firme 8xmille. “L’inedita crisi sociale innescata dalla pandemia rischia di far cadere tanti nell’indigenza – spiega l’arcivescovo Giuseppe Baturi – La Chiesa è provocata ad esprimere nel modo più ampio la sua missione di annuncio della Parola di Dio e di servizio alla carità. Sentiamo una responsabilità enorme di prossimità al Paese, mettendo in opera, come ha detto Papa Francesco, la ‘creatività dell’amore’”. “Un quarto dei fondi ha già raggiunto famiglie ed enti assistenziali. Li utilizzeremo tutti entro l’anno – spiega don Marco Orrù, sacerdote da 38 anni, economo diocesano e parroco di San Sebastiano, ad Elmas, 9.400 abitanti, in zona aeroporto – In alcune mense le richieste di aiuto alimentare sono il 100% in più. Emergono fragilità nascoste. Prima arrivavano persone sole, ora famiglie intere”. L’arcivescovo ha invitato tutti a donare: sacerdoti, parrocchie, fedeli. Tutti. “È tempo di ‘portare i pesi gli uni degli altri’ – ha chiesto Baturi citando san Paolo nella Lettera ai Galati (Gal 6,2) – La possibile sproporzione tra le nostre possibilità d’aiuto e la smisuratezza del bisogno non può scoraggiarci”. “È ora di vivere per gli altri più di prima. Possiamo rinnovare la mentalità nella gestione dei beni personali, aprendoci alla condivisione –aggiunge don Marco – Dagli aiuti in denaro ai gesti di vicinanza verso i più soli”. Intanto il Fondo si prepara a diventare strumento permanente di solidarietà della Chiesa cagliaritana.
   
NOVARA
“Senza la Caritas non so come avremmo fatto”
Le cose sembravano finalmente mettersi bene per Rigoberta, rifugiata 38enne salvadoregna: dopo 2 anni di lavoro come badante a Turbigo, nel Milanese, aveva realizzato lo scorso ottobre il sogno di far arrivare in Italia i figli di 16 e 10 anni. «Avevamo trovato casa a Novara, andavo dai miei anziani in treno e i ragazzi si stavano inserendo a scuola». Poi è arrivato il Covid e di colpo tutto rischiava di crollare. «Dall’8 marzo non sono più potuta andare a lavorare in Lombardia, la dispensa si è svuotata, i risparmi sono finiti. Nessuno voleva aiutarci. La Caritas ci ha salvato: non è stato solo l’aiuto materiale che abbiamo ricevuto con le borse alimentari, ma il sollievo di sapere che non eravamo più soli». Rigoberta è una delle 450 mila persone che nel 2020 si sono rivolte per la prima volta alla Caritas, secondo l’ultimo monitoraggio nazionale, il 95% delle quali a causa della perdita delle fonti di reddito: solo nella diocesi di Novara 400 famiglie si sono aggiunte alle 900 già assistite. Tra loro quella di Antonio, 44 anni, muratore, italiano come il 61,4% dei “nuovi poveri” creati dal Covid: «Con i cantieri fermi, ero a casa con mia moglie e tre figli: senza la Caritas non so come avremmo fatto». Oltre ai 250mila euro tratti dal fondo straordinario per il Covid stanziato dalla Cei con l’8xmille, la Caritas diocesana di Novara ha messo a disposizione dei piccoli negozi altri 10mila euro con il progetto #Ripartireinsieme: «Dopo aver sostenuto l’emergenza – spiega il direttore della Caritas diocesana di Novara, don Giorgio Borroni – è tempo di sostenere il lavoro e tornare a costruire il Welfare generativo, non assistenziale, promosso dalla Chiesa italiana per aiutare sia chi è in difficoltà sia le piccole attività che stanno ripartendo». M.B.

“Ragazzi, non rinunciate all’università e al futuro”

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di MARY VILLALOBOS foto AGENZIA ROMANO SICILIANI

 

La formazione accademica della generazione Covid19 è a rischio. Uno studio dell’Università Federico II di Napoli a maggio scorso ha rilevato che in Italia almeno 10 mila giovani (due terzi nel sud) potrebbero rinunciare ad iscriversi all’università quest’autunno perché la situazione economica delle famiglie è scossa dalla pandemia. È a repentaglio il loro futuro, oltre che le prospettive di sviluppo del nostro Paese, già ora fanalino di coda Ue per numero di laureati. Ancora troppo pochi per una democrazia tecnologicamente avanzata.

Davanti a quest’emergenza educativa, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha fatto la prima mossa: con l’Istituto Giuseppe Toniolo, suo ente fondatore, ed Educatt (la fondazione per il diritto allo studio dell’ateneo) ha bandito on line 100 borse, più 100 premi di studio in base al merito.
 La partecipazione è gratuita, senza distinzioni. A ciascun borsista 2.000 euro, rinnovabili negli anni, 3 mila per chi alloggerà nel campus. Fondi che si aggiungono alle 3 mila borse di studio annue Educatt per reddito e merito. “È tempo di attenzione e condivisione.
Non è carità intellettuale, avrebbe detto Papa san Paolo VI, né solo un contributo economico, ma l’inizio di un percorso di umanesimo integrale”, chiarisce don Giorgio Begni, dell’Istituto Toniolo e assistente pastorale all’Università Cattolica.
Con un’economia che tarderà a riprendersi, il bando verrà ripetuto? “Penso proprio di sì. La situazione è occasione, dice il nostro arcivescovo Mario Delpini. I tempi non sono facili, ma reagiamo con creatività e dedizione verso gli studenti”. Da tenere d’occhio dunque nei prossimi semestri il sito borsepermeritouc.it.
Don Giorgio, varesino, classe 56, era indeciso se diventare medico o insegnante: “poi scoprii che stare dalla parte del Vangelo significa indovinare la vita”, dice.
Non poté contare su speciali risorse negli anni del seminario: “sono stati tanti i ‘grazie’ sperimentati lungo il mio percorso sacerdotale. Oggi vanno ai fedeli che donano l’Offerta per il nostro sostentamento. Raggiungendo anche me e la missione di traghettare gli studenti verso il futuro”.

 


“Qui i bambini con l’asma tornano a respirare”

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di SABINA LEONETTI foto GIORGIO BOATO/AGENZIA ROMANO SICILIANI/CREATIVE COMMONS

 

Arrivano ‘senza fiato’ da tutta Italia, dalla pianura Padana, dalla Terra dei fuochi e da Taranto. Sono i ‘bambini e ragazzi di Misurina’ affetti da asma e patologie respiratorie, anche gravi. Per cause genetiche e ambientali la loro infanzia è frenata: sono spesso assenti a scuola, talora hanno smesso di giocare con i coetanei o vivono con l’ossigeno accanto. I loro genitori conoscono le notti interminabili e le corse in pronto soccorso per le crisi respiratorie. I bambini asmatici sono raddoppiati dal 1970 ad oggi (dal 7 all’attuale 15%, secondo il ministero della Salute) a causa del riscaldamento globale e delle polveri sottili, con molti casi non trattati. Perché – segnalano diverse ricerche – in Italia respiriamo oggi l’aria più inquinata d’Europa. Per loro sul lago dolomitico di Misurina (Belluno), a 1.756 metri, dal 1949 c’è un’opera della Chiesa che è un’eccellenza europea per ricerca, diagnosi e cura delle malattie respiratorie degli under 18: l’istituto ‘Pio XII’. Convenzionato con il sistema sanitario nazionale, 150 posti letto. Fa capo all’opera ‘San Bernardo degli Uberti’ della diocesi di Parma. Nelle stanze affacciate sull’azzurro delle Dolomiti migliaia di storie vissute di medici e di simposi internazionali, di famiglie indirizzate da altri ospedali o dal passaparola. Soprattutto storie di piccoli curati in questo microclima unico in Europa: l’altitudine, gli effetti del lago, il vento asciutto che soffia dal monte Cristallo, zero inquinamento e allergeni. Un mix tuttora indagato dagli pneumologi, che è parte della terapia. Tanti che a Misurina hanno trovato cure e una seconda casa lo raccontano su un blog (amici-misurina.org) a distanza di anni: come Andrea, asmatico grave, che dopo un biennio di terapie salì a piedi in escursione con le ciaspole sulle Tre Cime di Lavaredo con gli altri ragazzi. Alessia dopo due settimane, un gradino dopo l’altro, fece le scale, primi passi verso una vita quasi normale. Infanzie tornate leggere, in mezzo ai coetanei, con meno farmaci, libere di correre. Purtroppo per iter farraginosi, un calo di contributi ed invii di pazienti, il centro rischia la chiusura il prossimo 31 dicembre. In tanti sono intervenuti per salvaguardarlo: medici, famiglie, la diocesi di Parma, i media, fino al Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin.

 

“Misurina è una realtà terapeutica all’avanguardia, unica in Italia, è una perla  a disposizione di tutti  – spiega don Luciano Genovesi, già presidente dell’Opera diocesana di Parma – Abbiamo un servizio di accoglienza per le fasce più deboli e sosteniamo i soggiorni dei meno abbienti. Anche per questo speriamo di scongiurarne la chiusura, in rete con alcuni dei migliori poli pediatrici nazionali, il Gemelli e il Bambin Gesù di Roma, il Gaslini di Genova, il Meyer di Firenze. Affianchiamo la sanità pubblica con questo laboratorio d’alta quota, anche per più soggiorni l’anno”. “È presidio per la salute e memoria di storia sanitaria da preservare – evidenzia il vescovo di Parma mons. Enrico Solmi –  Allena a vivere bene e dà occupazione per l’indotto sul territorio. Davvero merita di essere rilanciato”. “Abbiamo collaborazioni costruite nel tempo che vanno dalle università di Verona e Ferrara alla Federazione italiana medici pediatri e a FederAsma – specifica Elena Cardinali, direttore generale – La medicina di montagna qui ha ridato vigore e gioia di vivere a tanti bambini, a cui abbiamo assicurato anche istruzione scolastica sul posto”. ‘Risultati indiscussi’ dicono genitori, pazienti e medici dell’associazione Respiriamo insieme (nata nel 2014 col nome Respirare Misurina), mobilitati perché il ‘Pio XII’ viva. Lo spiega Alessandra, sarda di origine, residente a Bergamo, rimasta vedova mentre era incinta del piccolo Francesco, nato con una forma grave di asma: “oggi ha 12 anni e dopo diversi soggiorni a Misurina è rinato”.

 

 


Storie di fede, vite donate e amicizia

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di STEFANIA CAREDDU foto GIOVANNI PANOZZO

 

La formazione accademica della generazione Covid19 è a rischio. Uno studio dell’Università Federico II di Napoli a maggio scorso ha rilevato che in Italia almeno 10 mila giovani (due terzi nel sud) potrebbero rinunciare ad iscriversi all’università quest’autunno perché la situazione economica delle famiglie è scossa dalla pandemia. È a repentaglio il loro futuro, oltre che le prospettive di sviluppo del nostro Paese, già ora fanalino di coda Ue per numero di laureati. Ancora troppo pochi per una democrazia tecnologicamente avanzata.

Davanti a quest’emergenza educativa, l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha fatto la prima mossa: con l’Istituto Giuseppe Toniolo, suo ente fondatore, ed Educatt (la fondazione per il diritto allo studio dell’ateneo) ha bandito on line 100 borse, più 100 premi di studio in base al merito.

La partecipazione è gratuita, senza distinzioni. A ciascun borsista 2.000 euro, rinnovabili negli anni, 3 mila per chi alloggerà nel campus. Fondi che si aggiungono alle 3 mila borse di studio annue Educatt per reddito e merito. “È tempo di attenzione e condivisione.
Non è carità intellettuale, avrebbe detto Papa san Paolo VI, né solo un contributo economico, ma l’inizio di un percorso di umanesimo integrale”, chiarisce don Giorgio Begni, dell’Istituto Toniolo e assistente pastorale all’Università Cattolica.
Con un’economia che tarderà a riprendersi, il bando verrà ripetuto? “Penso proprio di sì. La situazione è occasione, dice il nostro arcivescovo Mario Delpini. I tempi non sono facili, ma reagiamo con creatività e dedizione verso gli studenti”. Da tenere d’occhio dunque nei prossimi semestri il sito borsepermeritouc.it.
Don Giorgio, varesino, classe 56, era indeciso se diventare medico o insegnante: “poi scoprii che stare dalla parte del Vangelo significa indovinare la vita”, dice.
Non poté contare su speciali risorse negli anni del seminario: “sono stati tanti i ‘grazie’ sperimentati lungo il mio percorso sacerdotale. Oggi vanno ai fedeli che donano l’Offerta per il nostro sostentamento. Raggiungendo anche me e la missione di traghettare gli studenti verso il futuro”.

 


Domestiche senza diritti, l’aiuto della Chiesa

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di ELISA PONTANI foto FRANCESCO ZIZOLA /AGENZIA ROMANO SICILIANI/CARITAS INTERNATIONALIS

 

Merawi, in Etiopia occidentale, Amarich è una formatrice impegnata nel  progetto della ong italiana Cvm (Comunità volontari per il mondo), sostenuta da fondi 8xmille: insegna accesso al microcredito a ex domestiche, spesso con i figli. Emigrate giovanissime verso la capitale Addis Abeba o all’estero, al rientro si ritrovano marchiate dal pregiudizio sociale che le isola, anche economicamente. “Ho 20 anni, vengo da una famiglia povera – racconta Liya, una di loro – Volevano farmi sposare da bambina, così sono scappata”. “Quando i miei genitori sono morti, ho lasciato la scuola per fare la domestica. Lavoravo anche di notte per imparare il lavoro” spiega Marjani. “Sono ragazze vulnerabili, non sempre istruite – indica Amarich – Emigrano anche se è rischioso. Oltre le mura delle case dove vengono assunte, dal Libano all’Egitto, dal Sudafrica alla Turchia ai Paesi arabi, diventano invisibili. Spesso subiscono stupri. Tra loro dilagano i suicidi”. Il reclutamento corre sui social network. Ma il lucroso trafficking delle giovani dalle zone rurali dell’Etiopia, pur denunciato da decenni nei report internazionali, prosegue senza conseguenze giudiziarie. Se le famiglie si indebitano per farle emigrare, poi dedicano anni a risparmiare per farle tornare indietro. ‘Condividi e vinci una domestica etiope’:  in Bahrein il governo ha stigmatizzato annunci di agenzie per l’impiego come questo nel 2019, ma la realtà delle colf senza protezione e della mentalità predatoria nei loro confronti non è cambiata. In Libano, nelle località balneari e nelle piscine è frequente il divieto alle domestiche di nuotare e diversi asili non ammettono i loro figli.

 

Quelle emigrate nel Paese dei Cedri sono circa 250mila. Il sistema di sponsorship (kafala) le lega direttamente alle famiglie, e così le esclude dalle tutele statali del diritto del lavoro. Con la pesante crisi economica causata dal Covid la loro condizione è precipitata: vengono licenziate, molte dormono in strada. Caritas Libano assicura loro un riparo, talora i rimpatri. Con un progetto sostenuto dalle firme dei fedeli italiani (24 mila euro), ha avviato corsi di formazione professionale, aiutandole a cambiare lavoro. A chi rientra in patria, onlus come quella di Amarich insegnano ad avviare attività in proprio con il microcredito: dalla tessitura all’allevamento, alla vendita di prodotti caseari, mantenendo se stesse e le famiglie”. “Diamo sempre volentieri il nostro aiuto alla promozione delle donne attraverso istruzione e microcredito – spiega don Leonardo Di Mauro, direttore del Servizio Cei per gli interventi caritativi a favore del Terzo mondo – Le Chiese locali con il nostro supporto spesso fanno la differenza: perché anche piccoli progetti hanno un impatto importante sulle persone e sul loro cambiamento di vita”. “Fino ad oggi non avevamo mai avuto informazioni sui nostri diritti – dice Marjani – Siamo esseri umani”.