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Diocesi Gorizia / Il progetto “Oltre il Pre-Giudizio” per abbattere i luoghi comuni sul carcere e sull’8xmille

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Una società senza pregiudizi è forse un’utopia, ma ciascuno può contribuire a contrastarli attraverso la conoscenza e l’informazione. È il messaggio che emerge dall’esperienza dell’Arcidiocesi di Gorizia, dove la Caritas diocesana e la Cappellania della Casa circondariale hanno promosso il progetto “Oltre il Pre-Giudizio”, sostenuto dai fondi dell’8xmille della Chiesa cattolica. L’iniziativa nasce per contrastare i luoghi comuni sulle persone detenute e favorirne il reinserimento sociale.

Nel 2025 sono state sostenute 64 persone detenute o in misura alternativa con aiuti economici e beni di prima necessità, mentre sei percorsi di inserimento lavorativo hanno coinvolto cooperative sociali e imprese del territorio.

Accanto agli interventi concreti, è stato realizzato anche il percorso di sensibilizzazione “Dialoghi sulla giustizia”, dedicato ai temi della pena, della giustizia di comunità e della giustizia riparativa.

L’esperienza si inserisce nel più ampio impegno sostenuto dall’8xmille, spesso al centro di luoghi comuni. Tra i “falsi miti” più diffusi vi sono quelli riguardanti il sostentamento dei sacerdoti e la destinazione delle risorse. In realtà, ricorda la Chiesa italiana, i circa 31mila sacerdoti percepiscono mediamente meno di mille euro netti al mese e solo una minima parte del loro sostegno deriva dalle offerte raccolte durante le Messe. Inoltre, una delle tre finalità previste dalla legge per la ripartizione dell’8xmille riguarda proprio gli interventi caritativi: nel 2024 quasi 300 milioni di euro sono stati destinati a sostenere famiglie, anziani e persone fragili, oltre a interventi per l’emergenza abitativa.

Anche nell’Arcidiocesi di Gorizia e grazie al sostegno dei fondi 8xmille è stato recentemente possibile cercare di abbattere altri “falsi miti”: quelli legati al carcere. La Caritas diocesana e la Cappellania della Casa circondariale di Gorizia hanno diffuso negli scorsi mesi l’opuscolo “I falsi miti del carcere…” dove, in maniera semplice e grazie anche ad efficaci illustrazioni, si cerca di abbattere luoghi comuni quali “Il carcere è un hotel a 5 stelle” (falso: sovraffollamento, situazioni malsane degli istituti di pena, mancanza di speranza nel futuro rendono la vita all’interno difficile per rei e per agenti penitenziari), “I carcerati vivono a sbafo” (quando invece il detenuto deve versare all’Erario una quota giornaliera per le spese di mantenimento), oppure ancora “Chi è in carcere è privilegiato perché studia, si laurea, e appena esce trova subito lavoro” (nel 2024 solo il 31% dei detenuti risultava iscritto a un corso scolastico e soltanto il 10% ha partecipato a corsi di formazione professionale).

L’opuscolo è stato distribuito durante gli eventi formativi della Caritas diocesana e si sta diffondendo nelle parrocchie e nei luoghi di incontro: una piccola goccia nel mare, che desidera però rimettere al centro la dignità della persona.
Il pieghevole fa infatti parte di un progetto più ampio, finanziato dai fondi 8xmille della Chiesa Cattolica a disposizione di Caritas Italiana, chiamato “Oltre il Pre-Giudizio” cui la finalità è ridurre il pregiudizio verso le persone detenute, in misure alternative alla carcerazione o che hanno scontato la pena.

La progettualità è stata realizzata appunto grazie a un’intensa collaborazione tra la Caritas diocesana di Gorizia, la Cappellania della Casa circondariale di Gorizia e un gruppo di volontariato che svolge servizio in favore delle persone ristrette.

Nel 2025 “Oltre il Pre-Giudizio” ha sostenuto con piccoli sussidi economici e generi di prima necessità (quali ad esempio vestiario e beni per l’igiene personale) 64 persone detenute, oppure in regime alternativo alla carcerazione.

Nello stesso anno sono stati attivati tramite le doti lavoro 6 progetti di inserimento lavorativo a favore di tre detenuti nella Casa circondariale del capoluogo isontino, di una persona beneficiaria di misure alternative alla carcerazione e infine di una persona che ha appena scontato la pena. Questi progetti di inserimento lavorativo hanno coinvolto due cooperative sociali e due imprese profit che in questo modo hanno aiutato nel superare le paure nei confronti delle persone detenute.

Per concludere, nel corso dell’annualità 2025 il progetto ha realizzato un percorso di sensibilizzazione sui temi della giustizia dal titolo “Dialoghi sulla giustizia” in cui si è riflettuto su diversi approcci della stessa: il criterio penale detentivo, che prevede la restrizione della libertà della persona che ha commesso reato; l’approccio comunitario che prevede che la pena possa essere scontata con un impegno a favore del bene comune tramite ad esempio i lavori di pubblica utilità; infine la giustizia riparativa che consiste nel suggellare un accordo tra chi ha commesso un crimine e le persone danneggiate dal reato, con il che reo si impegna a riparare il danno causato.

Questo terzo approccio ha come finalità la presa di coscienza della persona che ha commesso l’illecito, del male che ha arrecato, giungendo alla riconciliazione tra il colpevole e le persone offese.

Caritas Prato / “Con l’8xmille avviati progetti di accoglienza, reinserimento sociale, giustizia riparativa”

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Il direttore della Caritas diocesana, don Enzo Pacini, è anche il cappellano della casa circondariale La Dogaia. Racconta al Sir cosa è stato fatto fino a oggi a sostegno dei detenuti e della sensibilizzazione (di Gigliola Alfaro).

Accoglienza, reinserimento sociale, giustizia riparativa, sensibilizzazione della cittadinanza. Sono tra le attività che la Caritas diocesana di Prato porta avanti con il sostegno dell’8xmille alla Chiesa cattolica. “I progetti Caritas sul carcere sono attivi dal 2017 circa – ci racconta don Enzo Pacini, direttore della Caritas diocesana di Prato e cappellano della casa circondariale La Dogaia -, alcuni sono specificamente a favore di chi vive in carcere, per esempio abbiamo avuto la possibilità di avere dei fondi per i detenuti bisognosi e per sostenere anche un gruppo di volontari della San Vincenzo con cui collaboriamo che gestisce il guardaroba interno al carcere, con l’acquisto di biancheria per i detenuti che non hanno famiglia”. Tramite un’operatrice della Caritas in questi anni “abbiamo avuto alcuni inserimenti lavorativi e tirocini per ex detenuti”.

Tra le iniziative più significative, la ristrutturazione e l’ampliamento nel 2017, grazie all’adesione al Progetto nazionale Carcere di Caritas Italiana, della casa di accoglienza “Jacques Fesch” che “ospita gratuitamente detenuti in permesso e familiari di detenuti non abbienti che provengono da località distanti da Prato per andare a colloquio con i congiunti in carcere, così da offrire per quanto possibile un ambiente accogliente e decoroso. Abbiamo anche ricavato un miniappartamento a due posti – prosegue don Pacini – per persone che sono vicine alla fine pena e che hanno la possibilità di avere misure alternative. Si tratta di una casa autogestita, con alcuni volontari che vanno a sistemare, specialmente per quanto riguarda la parte dedicata alle persone che sono in permesso, per sostituire la biancheria”.

Nel 2017 il progetto si chiamava “Non solo carcere”, poi è stato rinnovato assumendo altre denominazioni: “Questo è il progetto che negli anni è stato praticamente riproposto con qualche piccola variante”. Ad esempio, con il progetto “Rannodo” sono stati previsti degli “incontri all’interno degli istituti di istruzione superiore, incentrati sul tema della vita in carcere e sulla legalità”.

Dal 2021-2022 sempre come Caritas don Pacini e alcuni volontari hanno seguito un corso di approfondimento sulla giustizia riparativa e poi hanno partecipato al progetto sperimentale di Caritas Italiana specifico per la giustizia riparativa nel quale sono state coinvolte 10 Caritas nazionali, “in Toscana solamente noi di Prato”. “Abbiamo fatto incontri di formazione e sensibilizzazione nelle parrocchie e nelle scuole – spiega il direttore della Caritas -; da un paio di anni abbiamo portato avanti alcune esperienze dentro il carcere, abbiamo fatto alcuni gruppi di sensibilizzazione con i detenuti, l’ultimo due mesi fa. Abbiamo realizzato anche alcuni incontri che hanno visto la partecipazione in carcere non solo di detenuti ma anche del personale, degli educatori, dei professori di scuola, di alcuni membri del corpo della polizia penitenziaria, del direttore, con due testimoni, Claudia Francardi e Irene Sisi, che hanno portano la loro esperienza forte di giustizia riparativa”. Infatti, Claudia è la vedova del carabiniere Antonio Santarelli, ucciso nel 2011, e Irene è la madre di Matteo, il giovane autore dell’aggressione. Da questa tragedia, le due donne hanno intrapreso un percorso di giustizia riparativa che le ha portate a perdonarsi e a diventare amiche, trasformando il dolore in un’opera di riconciliazione. “Anche se è terminato il progetto sperimentale della Caritas Italiana, adesso stiamo cercando di portare avanti il discorso della giustizia riparativa”, afferma don Pacini.

All’interno del progetto dell’area giustizia finanziato con l’8xmille alla Caritas, nel 2025 “abbiamo realizzato una mostra fotografica con circa 50-57 foto di grande formato e altre 36 più piccole, con una nostra operatrice che è fotografa, che ha fatto diversi scatti all’interno della casa circondariale della Dogaia”. “Discrepanze. Luci e ombre del carcere di Prato” il titolo della mostra.

“Il titolo – spiega il sacerdote – si ispira alle foto che mostrano, da un lato, spazi che ci sono e che potrebbero essere anche più utilizzati, come scuole, spazi sportivi; dall’altro realtà di degrado, situazioni al limite della vivibilità”.

La mostra continua il suo cammino: “L’abbiamo portata in diversi posti, anche nelle scuole superiori, dove, con l’occasione dell’esposizione, incontriamo anche i ragazzi, o in altri ambienti più aperti al pubblico, per parlare di problemi legati al carcere”.

 

Sviluppo dei popoli / 8xmille in Colombia: le sfide del futuro

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La Colombia vive una fase delicata: l’economia dipende ancora da petrolio e carbone, mentre il Paese affronta sfide come povertà, disoccupazione, migrazione e insicurezza. Nonostante l’accordo di pace con le FARC, in alcune regioni persistono gruppi armati e traffici illegali, con milioni di sfollati interni. Le recenti elezioni e l’orientamento del Governo su temi chiave sono uno snodo decisivo per il futuro del Paese. In questo contesto, la Chiesa cattolica continua a svolgere un importante ruolo di mediazione, promozione della pace e sostegno ai più vulnerabili. La Conferenza Episcopale Italiana, tramite i fondi dell’8xmille, sostiene questo impegno e negli ultimi 35 anni ha finanziato quasi 700 progetti per 71 milioni di euro.

Vai alla pagina completa (AVVENIRE 04 luglio 2026)

Video di don Diego Meza, direttore Caritas IPIALES

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Caritas Cremona / Il carcere e l’8xmille: un sostegno concreto ai detenuti e al loro reinserimento

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Da oltre 25 anni la Caritas diocesana di Cremona opera all’interno della casa circondariale cittadina per accompagnare i detenuti nei loro percorsi di vita e di reinserimento. Negli ultimi anni, grazie anche ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, questo impegno si è rafforzato attraverso il progetto “Dare speranza alla giustizia”, che affianca all’azione interna al carcere iniziative rivolte anche all’esterno.

Questa e altre iniziative, messe in campo dalla Caritas a favore dei detenuti, ce le racconta Gigliola Alfaro sul Sir dove si evince come i fondi dell’8xmille consentono innanzitutto di sostenere il lavoro di operatori dedicati che svolgono colloqui settimanali con i detenuti, offrendo ascolto, supporto umano e spirituale e aiuto concreto a chi non dispone di una rete familiare o sociale. Grazie a queste risorse vengono erogati piccoli sussidi economici per spese personali, ricariche telefoniche necessarie a mantenere i contatti con le famiglie, oltre alla distribuzione di vestiti e beni di prima necessità.

Tra le attività finanziate dall’8xmille rientra anche la preparazione dei pacchi di abbigliamento destinati ai nuovi arrivati, realizzata in collaborazione con la cooperativa Gamma, che coinvolge persone con fragilità psichiche, creando così una rete virtuosa di solidarietà tra diverse situazioni di vulnerabilità.

Le risorse dell’8xmille permettono inoltre di promuovere iniziative educative e formative all’interno del carcere. Un esempio è il progetto “Basket a colori”, che utilizza lo sport come strumento di crescita personale, rispetto delle regole e riflessione sui valori della convivenza civile. Il successo dell’esperienza ha portato alla sua riproposizione anche negli anni successivi.

Un altro intervento significativo ha riguardato il coinvolgimento dei detenuti nella ristrutturazione della Casa dell’Accoglienza per migranti della diocesi, segno giubilare del 2025. Attraverso la falegnameria interna al carcere sono stati restaurati infissi e arredi della struttura; nello stesso contesto, l’8xmille ha reso possibile la donazione di nuove attrezzature che restano a disposizione del laboratorio penitenziario.

I fondi sostengono anche attività di sensibilizzazione sul tema della giustizia nelle parrocchie e nelle comunità della diocesi. Tra queste, la raccolta di offerte per i pacchi destinati ai detenuti e le iniziative solidali di Natale e Pasqua, con la consegna di panettoni e colombe raccolti grazie al coinvolgimento di associazioni, scout, ragazzi e famiglie.

L’impegno della Caritas guarda infine al delicato momento del ritorno in libertà. Attraverso progetti sviluppati con la cooperativa Nazareth, si stanno creando percorsi di accoglienza abitativa e inserimento lavorativo per detenuti a fine pena, offrendo loro una concreta possibilità di autonomia e reinserimento sociale. Anche il sostegno a laboratori produttivi, come quello agroalimentare, contribuisce a costruire opportunità di formazione e lavoro.

In sintesi, l’articolo mostra come i fondi dell’8xmille non finanzino soltanto interventi assistenziali, ma rendano possibile un accompagnamento completo della persona detenuta: dall’ascolto quotidiano ai bisogni materiali, dalle attività educative alla formazione professionale, fino ai percorsi di accoglienza e lavoro che favoriscono un reale reinserimento nella società.

Fossano / Su La Fedeltà “Coltivare la libertà”: la bella storia di riscatto di un ex detenuto

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A firma di Laura Serafini su La Fedeltà, il settimanale diocesano del fossanese, la storia di Francesco.

Pochi giorni fa Francesco era ad Acceglio, nella casa alpina dell’Azione Cattolica, a raccontare a una platea di adolescenti “che nella mia vita ho avuto tutto, ma non ho avuto niente. Ho guidato auto costose, molto, e ho avuto soldi, tanti. Ma alla fine in mano non mi è rimasto nulla. A causa delle mie scelte di allora oggi non sono padre, non sono marito, non sono nonno”. Oggi, però, Francesco tende la mano agli altri, come è stata tesa a lui, “senza pretese, senza troppe domande, senza provare a cambiarmi, ma mostrandomi che c’è un altro modo di vivere”.

Oggi Francesco di anni ne ha 71, la prima volta che è entrato in carcere era minorenne, al Ferrante Aporti a Torino.  “Il cappellano era don Luigi Ciotti, un giovane sacerdote pieno di energia e di sogni che tanto ha fatto per aiutare noi detenuti”. Di anni in carcere ne avrebbe trascorsi tanti Francesco, anche periodi di isolamento. Ogni volta che scontava la pena e usciva di prigione riprendeva la stessa strada, la più facile e la più sbagliata. “Uno dei momenti più difficili della mia vita è stato il giorno in cui la madre di mio figlio, che allora aveva un anno, guardandomi dalla finestra del carcere mi disse che non li avrei più visti, né lei, né lui”.

La cura che salva – Il “geniale e audace bandito”, come è stato definito da alcuni studenti di Criminologia, solo a Fossano è riuscito a cambiare vita davvero. L’ultima detenzione, per lui, è stata al Santa Caterina, la casa di reclusione a custodia attenuata che ha attivi numerosi progetti volti al reinserimento. “Le mie origini sono in una famiglia contadina. I boschi, la terra, la natura, sono luoghi che ho sempre amato. Quando mi è stata illustrata la possibilità di lavorare a Cascina Pensolato ho subito detto di sì”. La sera e la notte erano in carcere, “ma di giorno… di giorno c’era la vita che cresceva tra i campi del Pensolato. I rami secchi da eliminare, le piante che germogliavano, i frutti da raccogliere. Da lì potevo guardare il Monviso e respirare. A Cascina Pensolato ho imparato che un’altra vita era possibile. Che si poteva anche tornare in cella senza nulla in mano, ma con il cuore colmo di soddisfazione perché quei frutti erano nati grazie a me, al mio lavoro, alla mia fatica onesta”.

La cooperativa del Pensolato è nata 8 anni fa per volontà della Caritas, ma anche grazie alla visione sociale e altruistica di Fondazione NoiAltri, Camminare insieme, Diapsi e Orti del Casalito e prosegue il suo cammino anche grazie ai fondi dell’8xmille.

Cascina Pensolato è una distesa di terra nella frazione fossanese di Sant’Antonio Baligio, con serre e campi all’aperto, dove non solo nascono e crescono verdure di stagione, ma si coinvolgono persone che difficilmente avrebbero altre opportunità: detenuti del Santa Caterina in articolo 21 e persone agli arresti domiciliari. Il loro impegno, mediamente, dura 6 mesi, ma c’è chi è stato per periodi più brevi e anche più lunghi.

Se Francesco non avesse incontrato gli educatori e il personale del Santa Caterina, Nino Mana e Dario Armando (vice presidente di Cascina Pensolato), i volontari che lavorano nella cascina a Sant’Antonio Baligio, è probabile che scontata la pena sarebbe ripartito dalla delinquenza. E invece “Nino Mana e gli altri hanno creduto in me. E io l’ho osservato, la sua serenità e i suoi modi pacati di affrontare le cose. Ho capito davvero che potevo vivere in un altro modo. E l’ho fatto”.

Oggi Francesco ha pagato il suo debito e scontato la sua pena. È un uomo libero, che sceglie ogni giorno di venire a Fossano e fare volontariato all’emporio di Bottega 23 e alla mensa dei Frati Cappuccini.

“In un giorno di festa un anziano è venuto a ringraziarmi perché aveva potuto mangiare un piatto di minestra. Può sembrare una piccola cosa, ma per uno come me, che arriva da una vita in un contesto di violenza, sentire un grazie, capire che ho fatto qualcosa di significativo per un’altra persona mi ha commosso. Oggi non guido auto di lusso, ma sono sereno. Sono orgoglioso dei piccoli gesti che riesco a fare per gli altri. E per questo devo ringraziare chi mi ha teso una mano, e mi ha consentito di lavorare la terra di Cascina Pensolato. Un progetto che ha aiutato me e tante altre persone”.

Fossano / Il maxirestauro del campanile: il più grande intervento di restauro e messa in sicurezza della storia recente

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È senza ombra di dubbio il più grande intervento di restauro e messa in sicurezza della storia recente di Fossano e riguarda uno dei simboli della città e della Chiesa locale. Si tratta del lavoro di consolidamento e restauro del campanile della basilica di Santa Maria e San Giovenale, concattedrale della diocesi di Cuneo-Fossano e testimone della storia della città degli Acaja fin dal 1420. Da quasi 15 anni le sue campane sono mute per evitare danni con le loro vibrazioni e dal 2012 la torre è “ingabbiata” da un sistema di tiranti in acciaio per scongiurarne il crollo.

La notizia, a firma di Walter Lamberti, è stata pubblicata sul settimanale diocesano del fossanese La Fedeltà lo scorso 30 giugno.

Dopo un lungo lavoro di progettazione, analisi e valutazione nei mesi scorsi è iniziato il cantiere per il suo consolidamento definitivo che restituirà alla diocesi e alla città uno dei suoi simboli.

L’impegno di spesa che è di oltre 2 milioni di euro, ripartito in 3 lotti vede una cordata di finanziatori e l’intervento importante dei fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, della Fondazione Cassa di risparmio di Fossano, del Comune di Fossano e della Consulta per la valorizzazione dei beni artistici e culturali che divideranno in eguali parti la spesa.

Il progetto è stato redatto dall’ing. Giuseppe Pistone, docente del Politecnico di Torino, che già aveva seguito i lavori del 2012 quando la torre medievale era stata “ingabbiata” per scongiurarne il crollo in attesa di un intervento definitivo e risolutivo.

Ed è stato lui, durante l’incontro di presentazione dei lavori dello scorso novembre a illustrare la complessa storia del campanile, che nei secoli ha avuto anche la funzione di torre civica della città oltre che di torre campanaria dell’antica collegiata, poi demolita per costruire la settecentesca basilica.

8xmille / “Chiara Badano”, a Catania un nuovo presidio contro la povertà educativa

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La nuova frontiera della povertà ha il volto di un bambino che lascia la scuola e di un adolescente che smette di immaginare il proprio futuro. A Catania questa ferita si traduce in un tasso di dispersione scolastica del 23% e in un 35,4% di Neet, giovani che non studiano e non lavorano. Numeri che il Report Caritas 2026 legge come una delle principali radici delle nuove povertà.

Per questo la diocesi etnea ha scelto di investire sull’educazione. A Mascalucia ha inaugurato il Centro educativo “Chiara Badano”, il terzo presidio contro la povertà educativa dopo quelli di San Giorgio e di Paternò. Poco più di 50mila euro, tra fondi dell’8xmille e cofinanziamento diocesano, sono stati destinati al rafforzamento di un luogo che da anni accoglie bambini, adolescenti e famiglie in un’antica villa messa a disposizione da una famiglia del territorio.

«La povertà educativa – spiega l’Arcivescovo di Catania Luigi Renna – è una delle prime cause di povertà e questo è il metodo per combatterla, per quello che noi possiamo dare come Chiesa, attingendo certamente alle risorse dell’8xmille e a qualche finanziamento, ma soprattutto al volontariato e all’ispirazione di chi vuole educare secondo il cuore di Cristo».

Il nuovo centro è il frutto di una rete educativa cresciuta negli anni attorno all’associazione «Famiglia Nido d’Amore». A guidarla sono Giulia Bergantino e Rosalba Faccia Russo, insieme ad alcune famiglie del territorio e a numerosi volontari. Attorno a questa esperienza si è sviluppata una collaborazione con scuole, istituzioni e realtà sociali, dando vita a quella comunità educante che la diocesi considera oggi uno degli strumenti più efficaci per contrastare la fragilità educativa e l’esclusione sociale.
«Qui i ragazzi trovano una casa – racconta Rosalba Faccia Russo –. Durante l’inverno vengono per studiare e partecipare ai laboratori di creatività, teatro e musica; d’estate lasciamo più spazio al gioco e alle attività educative del Grest». Quest’anno i giovani volontari sono circa quarantacinque. «Abbiamo un difetto: non ci contiamo mai», aggiunge sorridendo.

Leggi tutto il servizio di Alessandro Rapisarda pubblicato su Avvenire del 21 giugno.

8xmille / Oltre 1 miliardo di euro nel 2026. Il 67,28% dei contribuenti ha scelto la Chiesa cattolica

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È pari a 1.086.752.778,01 euro la somma relativa all’8xmille dell’Irpef assegnata alla Chiesa cattolica per il 2026, come comunicato dal Ministero dell’economia e delle finanze. Lo ha reso noto l’82ª Assemblea generale della CEI, che ha approvato la ripartizione delle somme (v. allegato).

La cifra è determinata da 1.063.069.466,83 euro a titolo di anticipo per l’anno in corso e da un conguaglio di 23.683.311,18 euro sulle somme riferite all’anno 2023.

La percentuale delle scelte a favore della Chiesa cattolica nell’anno 2023 (redditi 2022) è stata pari al 67,28%, in calo del 2,23% rispetto all’anno precedente.

Le risorse sono ripartite in tre grandi voci: esigenze di culto e pastorale (408.208.000 euro), interventi caritativi (284.544.000 euro) e sostentamento del clero (394.000.000 euro).

Tra le destinazioni principali:
158 milioni alle diocesi per culto e pastorale
129 milioni per l’edilizia di culto (di cui 25 milioni per la tutela dei beni culturali ecclesiastici)
150 milioni alle diocesi per la carità
80 milioni per lo sviluppo dei popoli
394 milioni per il sostentamento del clero.

Sviluppo dei popoli / Con i fondi dell’8xmille cure e assistenza sanitaria per i più fragili

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Complessivamente, nella riunione del 28 e 29 maggio, il Comitato per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli ha messo a disposizione dai fondi 8xmille 11.326.020 euro per 64 progetti: 39 in Africa (€  7.268.083), 16 in Asia (€ 2.756.186), 6 in America Latina (€ 791.062), 2 in Europa (€ 330.197), 1 in Medio Oriente (€ 180.492) .

È lievito che fa crescere e aiuta contesti e comunità a potenziare e moltiplicare talenti, avviando o rafforzando processi. Ogni intervento è una goccia che cade su terreni dove quotidianamente sacerdoti, religiose e religiosi, laici, volontari, professionisti, si impegnano nelle periferie sociali e geografiche, promuovendo incontro, dialogo e solidarietà al di là di ogni divisione.

È quanto avviene in India, Paese segnato da forti contrasti, dove convivono una formidabile crescita con una fragilità che impressiona. Con oltre 1,4 miliardi di abitanti, è la più grande democrazia del mondo e un mosaico di culture, lingue e religioni. Accanto allo sviluppo nei settori tecnologico e digitale, persistono profonde disuguaglianze, povertà diffusa e forti divari tra città e campagne. Il sistema delle caste, sebbene formalmente abolito, continua a incidere soprattutto su “dalit” – i fuoricasta – e comunità tribali. I cristiani, pur minoranza, svolgono un ruolo significativo nell’educazione, nella sanità e nell’assistenza ai più poveri. In questo contesto, le donne — spesso ancora limitate da stereotipi — emergono come potenti agenti di compassione, cura, educazione e trasformazione sociale. In particolare, nella sanità diventano spesso il volto della cura, dell’accompagnamento, della difesa della dignità umana.  Uno degli aspetti più straordinari è proprio il contributo delle religiose cattoliche nella sanità. Circa 1000 religiose-medico, 25000 suore-infermiere e un esercito di religiosi che lavorano nell’ambito della salute, di cui l’80% opera in regioni remote, rappresentano spesso l’unico riferimento sanitario per molte comunità. Attraverso una rete di oltre 3.500 istituzioni, la Catholic Health Association of India raggiunge più di 21 milioni di persone ogni anno, garantendo cure e assistenza anche nelle zone più povere e marginalizzate.

“Nei corridoi dell’ospedale vedo due Indie che convivono: una moderna e tutelata, l’altra fragile, fatta di migranti e lavoratori senza assicurazione, costretti a rimandare le cure finché anche una malattia lieve diventa grave. L’ospedale diventa uno specchio del Paese”, spiega suor Beena Madhavat Devasia, religiosa orsolina, una delle 1000 religiose-medico, che dirige l’Holy Family Hospital di Mumbai.

Se poi dalle metropoli come Mumbai ci si sposta nelle aree più svantaggiate dell’India, i contrasti sociali si fanno ancora più evidenti. Nella diocesi di Guntur, nello Stato dell’Andhra Pradesh, centinaia di baraccopoli ospitano una popolazione segnata da estrema povertà, carenza di infrastrutture e precarietà lavorativa. In questo contesto, una rete di 106 parrocchie mobilita ogni giorno sacerdoti, religiose e volontari per sostenere lo sviluppo comunitario e assistere i più fragili.

Con il contributo di professionisti e delle Suore Francescane Clarisse, impegnate nell’assistenza infermieristica e nel sostegno alle famiglie, uno dei progetti approvati a maggio dal Comitato, si andrà a creare un centro dedicato ai bambini affetti da talassemia. La struttura sarà dotata di una banca del sangue specializzata e di un reparto per trasfusioni diurne, per garantire cure salvavita a piccoli pazienti costretti a sottoporsi a trasfusioni ogni tre o quattro settimane. Nella regione sono parecchi i bambini affetti da questa malattia a fronte di pochi centri specializzati: molte famiglie devono percorrere oltre 400 chilometri per accedere alle cure. Il nuovo polo sanitario offrirà raccolta e conservazione del sangue, trasfusioni periodiche, campagne di donazione, programmi di prevenzione e supporto psicologico. È previsto anche un ambulatorio mobile per raggiungere le aree rurali più isolate.

Il centro potrà assistere ogni anno tra 200 e 300 bambini, con fino a 4.000 trasfusioni, riducendo drasticamente i viaggi e migliorando la continuità delle cure. Portare le cure più vicino alle comunità non significherà solo salvare vite, ma anche restituire dignità e speranza a centinaia di famiglie. “La Chiesa – come ha ricordato Papa Leone XIV ricevendo i membri dell’associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA) – sente molto il valore di questo stare vicino: di affiancare le persone, là dove si trovano, presso le loro case, per offrire un accompagnamento, oltre che assistenziale, anche spirituale, specialmente con attenzione alle domande di senso che il dolore suscita e che non possono restare inascoltate”.

(Qui un articolo su altri progetti 8xmille per l’India di Ferruccio Ferrante pubblicato sul Sir)

Focsiv / In Iraq l’8xmille ridà vita alla terra e prospettive alle famiglie con i peperoni verdi

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Nell’edizione del 14 maggio del Tg Volontariato DIRE, Vincenzo Giardina racconta un progetto della Focsiv realizzato anche grazie all’8xmille-Chiesa cattolica.

A Baghdad sono sempre più richiesti i peperoni verdi coltivati a Qaraqosh e rappresentano un simbolo di rinascita. Con riso, agnello e spezie danno sapore al dolma, uno dei piatti più tipici della cucina irachena. Prodotti localmente e coltivati con cura, questi ortaggi sono diventati anche un simbolo di rinascita in un Paese segnato da anni di guerra e violenze. Nelle serre crescono anche i cocomeri, spiega Frans Awdar Barbar: “All’inizio, le principali sfide erano il tempo e l’impegno, perché le piante richiedono molta cura ed energia. Non si tratta solo di piantare e innaffiare: serve un’attenzione continua”.

Frans è uno dei 60 agricoltori al lavoro nelle serre: 20 strutture ai margini del deserto, nel nord dell’Iraq, che stanno ridando vita alla terra e prospettive alle famiglie.

L’iniziativa è coordinata dalla federazione Focsiv, la federazione italiana che gestisce il progetto delle serre, ed è intitolata Percorsi di pace e di dialogo fra le comunità nel Kurdistan iracheno e in Iraq: prevede corsi di formazione, dalla semina fino all’irrigazione, ed è allo stesso tempo un richiamo alle sfide di un Paese che è un mosaico splendido ma fragile. Secondo Ivana Borsotto, presidente di Focsiv, “in territori ancora segnati dai conflitti e dall’instabilità, investire nella sicurezza alimentare e nel protagonismo delle comunità locali significa costruire condizioni reali di stabilità e convivenza”.

Decisivi i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica: una scelta gratuita, che si può sommare al 5xmille in favore di Focsiv, per coltivare la pace in Iraq.

Ma l’impegno non si limita all’agricoltura. “Il progetto ha garantito attività educative, artistiche e di supporto scolastico a oltre 500 bambini e ragazzi, offrendo spazi sicuri di aggregazione e crescita in un contesto in cui i servizi per i giovani risultano ancora molto limitati”, sottolinea Borsotto. “Attenzione è stata inoltre dedicata all’empowerment femminile, attraverso percorsi di formazione e sostegno economico rivolti a 50 donne della piana di Ninive”. La sfida è favorire l’avvio di attività che generino reddito e contribuiscano, dopo anni di violenza, a rafforzare, in una prospettiva di pace, il tessuto delle comunità.