Category Archives: Formazione

Patti Lateranensi / 94 anni fa la storica firma

vai all’articolo
L’11 febbraio del 1929, al Palazzo del Laterano, venivano siglati gli accordi che regolano ancora oggi i rapporti fra Italia e Santa Sede.

Riprendendo L’Osservatore Romano, la Radio Vaticana ha pubblicato un interessante articolo sull’anniversario della sottoscrizione dei Patti Lateranensi.

La celebrazione dei Patti Lateranensi, nell’anniversario della loro sottoscrizione, non costituisce solamente l’occasione per serbare memoria storica di un avvenimento che ha rappresentato una svolta nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa in Italia. Sollecita anche una riflessione sull’assetto istituzionale delineato dai Patti nel 1929 e sulla evoluzione e attualità di quel modello.

La qualificazione di quell’evento come Conciliazione, termine adottato successivamente per denominare la via che apre senza alcuna barriera la città di Roma verso la basilica di San Pietro e la Città del Vaticano, sottolinea che con il Trattato Lateranense e con il Concordato è stato definitivamente superato e sanato il dissidio tra lo Stato nazionale e la Santa Sede, dando una soluzione concordata alla Questione romana, sorta con l’annessione di Roma al Regno d’Italia.

Ne è derivato un assetto radicato nel diritto internazionale e idoneo a fornire alla Santa Sede le garanzie di “assoluta e visibile indipendenza” necessarie, come enuncia il Trattato, “per l’adempimento della Sua alta missione nel mondo”. Queste finalità sono alla base della costituzione e del riconoscimento dello “Stato della Città del Vaticano sotto la Sovranità del Sommo Pontefice”, unitamente alle altre garanzie e immunità personali e reali che il Trattato lateranense assicura.

“Una minuscola sovranità temporale, quasi più simbolica che effettiva, Ci qualifica (…) liberi e indipendenti”, dirà Paolo VI nella storica visita in Campidoglio del 16 marzo 1966, la prima di un Papa dopo Pio IX. Alla costituzione dello Stato della Città del Vaticano ed alla sovranità territoriale si unisce il riconoscimento, anch’esso dichiarato nel Trattato, della “sovranità della Santa Sede in campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo”.

Il servizio continua qui.

Azione Cattolica e “sovvenire” / In Calabria con Antonio Slaviero

vai all’articolo
Nell’ambito del Convegno regionale dei Presidenti dell’Azione Cattolica tenutosi nella diocesi di Cosenza-Bisignano, nella chiesa di S. Antonio di Rende, si è parlato di 8xmille e Chiesa Cattolica. Al termine della messa domenicale del 5 febbraio, è intervenuto Antonio Slaviero, incaricato della diocesi Cosenza-Bisignano per relazionare sulle tematiche riguardanti la promozione del sostegno economico della Chiesa Cattolica e in particolare l’esame della situazione attuale e di quella futura.

Slaviero dopo aver brevemente rappresentato la storia del “sovvenire”, del dopo concordato del 1984, ha focalizzato l’intervento sulla situazione dell’8xmille e delle Offerte deducibili per i sacerdoti. I diversi passaggi in ordine alle firme sulle dichiarazioni dei redditi prima per solo 4 destinatari e poi via via incrementatasi fino agli attuali 13, la possibilità di circa dieci milioni di contribuenti (solo pensionati e lavoratori dipendenti monoreddito) esonerati dalla presentazione della dichiarazione che comunque possono presentare il modello per le firme dell’8xmille, l’attuale pandemia che avrà ripercussione sui fondi a favore della Chiesa Cattolica hanno attirato tantissima attenzione dei presenti. È stato trattato anche il tema sulle Offerte liberali per i sacerdoti deducibili dall’imponibile delle tasse.

Antonio Slaviero, dopo aver rappresentato quanto realizzato finora con i fondi 8xmille, ha illustrato le proposte dell’anno 2022 e confermate per il 2023 sui due progetti: Una firma per unire, dedicato alla promozione e alla raccolta delle firme per l’8xmille; Uniti Possiamo, dedicato alla raccolta delle Offerte deducibili. Ha fatto presente come il coinvolgimento dei parroci, dei consigli affari economici, dei consigli pastorali e le associazioni tutte, in particolar modo l’Azione Cattolica, possono e debbano andare in questa direzione.

“La firma, che non costa nulla oltre al contributo per i sacerdoti non sono semplicemente una firma o un’Offerta, sono molto di più: sono il segno tangibile di comunione responsabile e di una sfida che viene lanciata e vinta, ha concluso Slaviero, solo con l’aiuto di tutti. Si tratta di una forma di partecipazione alla vita della Chiesa e alle sue necessità.

Catechisti Parrocchiali / Il “sovvenire” nel cammino sinodale

vai all’articolo
Vi proponiamo l’ultimo contributo scritto da don Roberto Laurita su Catechisti Parrocchiali di febbraio 2023 dal titolo

IL SOVVENIRE NEL CAMMINO SINODALE

Dice un proverbio africano: «Se vuoi camminare più veloce, cammina da solo. Ma se vuoi andare più lontano, cammina insieme». Ecco perché la Chiesa italiana si sta impegnando in un percorso di «sinodalità». La parola, che viene dal greco, evoca l’esperienza del «camminare insieme». Lo abbiamo provato tutti. Quando si percorre un sentiero da soli ci si sente liberi di ritmare come si vuole il passo. E ci si sente eroi, che affrontano da soli la montagna. Ma basta un banale incidente, una svista, uno sbaglio, per trovarsi in seria difficoltà. Andare insieme impone tanti limiti: aspettare chi procede più lento, occuparsi di chi ha qualche male… Ma, qualsiasi cosa capiti, si sa che, in qualche modo, si arriverà. Ed è per questo che vale la pena procedere insieme.

Gesù non faceva tutto da solo. Aveva una famiglia di amici, a Betania, su cui poteva contare: Marta, Maria e Lazzaro. Ma c’era anche un gruppo di donne che lo seguiva e provvedeva a lui, agli apostoli, e alle loro necessità. Luca ci ricorda il loro nome: Maria, chiamata Maddalena, Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode, Susanna e molte altre (8,13). 

DUE ORGANISMI CHIAMATI A COLLABORARE
Cosa fare per assicurare che in una comunità si «cammini insieme»?

Nelle parrocchie ci sono due strumenti importanti a questo proposito: il Consiglio pastorale parrocchiale (CPP) e il Consiglio per gli affari economici della parrocchia (CPAE).

Il CPP è un punto di riferimento essenziale perché offre gli orientamenti e delinea le scelte importanti per la vita di una comunità. Il CPAE individua gli strumenti e le risorse di cui la parrocchia ha bisogno, tenendo presenti gli orientamenti del CPP.

Se il CPP ritiene prioritario per la parrocchia l’impegno per la catechesi, deve essere naturale che il CPAE impieghi le poche o tante risorse disponibili per questo scopo. Per esempio: sistemando adeguatamente le aule per gli incontri di gruppo, acquistando il materiale didattico, ecc.

«CONSIGLIARE» PER FACILITARE «LA COMUNIONE»
La comunità parrocchiale deve essere amata e sostenuta da coloro che la compongono. Un aiuto prezioso lo offrono coloro che fanno parte dei due Consigli indicati. Ma questi hanno bisogno dell’apporto di tutte le persone in grado di dare suggerimenti, di offrire collaborazione.

Così il gruppo dei catechisti non esenta la famiglia dall’impegno di trasmettere la fede, il coro non può fare a meno dell’apporto di tutta l’assemblea, il gruppo Caritas ha bisogno dell’aiuto di tutti con denaro, vestiario, cibo; allo stesso modo i consigli parrocchiali stimolano la corresponsabilità di tutti. Senza trascurare quell’aspetto della responsabilità verso la propria parrocchia che consiste nel non farle mancare le risorse indispensabili, tenendo conto dei costi necessari per realizzare qualsiasi iniziativa.

Nel vecchio catechismo c’era una norma, fra i cosiddetti precetti della Chiesa, che potrebbe essere così riespressa: «Non far mancare alla tua parrocchia, secondo le tue possibilità, il tuo contributo perché essa possa far fronte alle necessità delle sue strutture e dei suoi servizi».

PARLARE DI SOLDI
Parlare di soldi non è facile. Gli appelli per questa o quella iniziativa importante della comunità cristiana producono una reazione negativa, spesso tanto immediata quanto immotivata («Chiede sempre soldi!»). Come affrontare questo argomento spinoso nel modo migliore?

La strada maestra consiste nel saper fare un uso buono, corretto, trasparente e solidale delle risorse, cioè dei soldi che le sono affidati. Solo quando questo avviene qualsiasi richiesta di soldi può partire col piede giusto.

Rendere conto dell’amministrazione della parrocchia, quindi, diventa un’operazione non solo obbligatoria, ma anche utile per instaurare un rapporto corretto con i fedeli. Naturalmente questo significa fornire i bilanci annuali dettagliati, che rendano ragione delle entrate (offerte) e delle uscite (spese). In ogni caso i consigli devono porsi alcune domande: Attraverso quali iniziative è possibile far conoscere i nostri lavori all’intera comunità parrocchiale? In quale modo sollecitare tutti i fedeli a esprimere le loro aspettative e i loro bisogni? Quali persone potrebbero farsi carico della raccolta dei soldi destinati alle iniziative?

In fondo uno degli obiettivi dei «Cantieri di Betania» (seconda tappa del percorso sinodale), quello «della strada e del villaggio», non consiste proprio nell’intercettare bisogni e attese del territorio?

«SOVVENIRE» E «UNITI NEL DONO»
Non sono solo due slogan efficaci. Il card. Matteo Zuppi li ha riassunti in due frasi: «La Chiesa è casa tua» e «Dare una mano ai sacerdoti è bello». Se il primo si realizza attraverso l’8xmille alla Chiesa cattolica (al momento della dichiarazione dei redditi), il secondo ricorre alle offerte che i singoli possono fare all’Istituto di Sostentamento del Clero e dedurre dalle loro tasse.

Se la Chiesa è casa mia, posso tirarmi indietro quando ci sono importanti progetti da realizzare? Chi trova, per esempio, alloggi per i papà separati dalle loro famiglie, per anziani che non riescono a pagare l’affitto, per chi è stato licenziato dopo tanti anni di lavoro, per giovani con impiego precario, per famiglie in povertà? L’8xmille ha consentito di realizzare progetti a loro favore.

Se dare una mano ai sacerdoti è bello, perché privarsi della gioia di aiutare un prete ad affrontare i disagi della sua parrocchia, a creare spazi per l’incontro, a prendersi cura dei più fragili?

Anche questo è un modo concreto per camminare insieme.

Monzio Compagnoni all’Amico del Clero / “Cambiare la testa”

vai all’articolo
La Quaresima è il tempo giusto per cambiare sguardo sulle cose. Lo è per ciascuno di noi e per le nostre comunità, nelle piccole cose di ogni giorno come sulle questioni importanti. “Convertitevi”, vi ho sentito spiegare più volte in qualche omelia, nel greco dei vangeli si dice “meta-noèite”, cioè, letteralmente: “cambiate mente”, trasformate il vostro modo di pensare.

È proprio in questa direzione che già da qualche tempo stanno andando i nostri sforzi di fronte alle principali sfide che il Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa si trova ad affrontare. Non è questo il luogo giusto per perdermi in disamine articolate o in lunghe ricognizioni tematiche. A mo’ di esempio voglio soffermarmi, visto che proprio in questi giorni state ricevendo il primo numero del 2023 della rivista “Sovvenire”, proprio su quelle pagine e sul sito Unitineldono.it.

Queste espressioni della nostra comunicazione cercano di tradurre lo sforzo che stiamo facendo, in questi ultimi tempi, per modificare il nostro modo di pensare le offerte per i sacerdoti e la loro urgenza. Tanto il sito quanto la rivista, fino a qualche tempo fa, erano decisamente centrati sulla figura del sacerdote e sul tentativo di esaltarne i meriti, per chiedere ai laici di fare offerte. Tutto giusto e tutto, naturalmente, lecito. Ora però vorremmo puntare maggiormente l’attenzione sul coinvolgimento della comunità nel far fronte alla gestione delle spese, comprese quelle per il sostentamento dei sacerdoti, uomini che a tempo pieno si dedicano ad essa. Le offerte per il clero, per la loro natura e finalità, sono un termometro che misura quanto le comunità ecclesiali stiano oggi crescendo nel loro sentirsi Chiesa-comunione. E promuovere le offerte significa anche promuovere la diffusione di una cultura della comunione ecclesiale, come il Concilio Vaticano Il ci ha indicato.

Ecco, quindi, come è nata l’idea del nuovo nome “uniti del dono”, ed ecco lo sforzo che stiamo facendo per cambiare la prospettiva delle storie che raccontiamo. Non vogliamo più narrare l’epopea del prete-eroe, che da solo salva il mondo e merita di essere sostenuto. Vorremmo invece raccontare la vita delle nostre comunità, di cui voi sacerdoti siete parte, dando voce a tutti. Naturalmente queste comunità si reggono sul servizio pastorale che voi sacerdoti offrite, ma il cambio di prospettiva è significativo.

Ultimamente lo sforzo di apertura sta assumendo una ulteriore nuova connotazione. Con quel che raccontiamo, specialmente sul web, vorremmo andare incontro anche a chi ha minore famigliarità con i nostri ambienti ma magari ha un’apertura di cuore verso il bene comune e un’apertura di mente che gli permette di riconoscere che dove c’è una comunità cristiana, e quindi dove c’è un sacerdote che può essere sostenuto, lì c’è una visione della vita e del mondo positiva, inclusiva e solidale. Cercheremo, quindi, di evitare un linguaggio per addetti ai lavori, spesso comprensibile solamente a chi è già dentro.

Il Papa stesso nel suo Messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ci esorta a “parlare con il cuore”. “È il cuore – scrive Francesco – che ci ha mosso ad andare, vedere e ascoltare ed è il cuore che ci muove a una comunicazione aperta e accogliente”. Non vogliamo chiuderci nelle nostre chiese ma uscire e coinvolgere la comunità. Che ne pensate?

Massimo Monzio Compagnoni

Il messaggio del Papa / A febbraio preghiamo per parrocchie aperte a tutti

vai all’articolo
Guarda alle comunità parrocchiali l’intenzione di preghiera di Francesco affidata a tutta la Chiesa per il mese di febbraio. Nel video diffuso dalla Rete mondiale di preghiera del Papa l’invito a ripensare con coraggio lo stile delle parrocchie per farle diventare veri luoghi di comunione tra le persone e di accoglienza, senza esclusioni

Dal servizio di Adriana Masotti per la Radio Vaticana si apprende che la parrocchia non è un “club” riservato a pochi, ma un luogo dove per entrare non sono richiesti particolari requisiti e alla cui porta d’entrata si dovrebbe leggere: “ingresso libero”. È per questa intenzione che Francesco invita a pregare la Chiesa nel Video diffuso dalla Rete mondiale di preghiera del Papa per il mese di febbraio. Un modo per chiedere che le parrocchie siano davvero comunità, centri di ascolto e di accoglienza “con le porte sempre aperte”.

Il messaggio del Papa
“A volte penso che dovremmo affiggere nelle parrocchie, alla porta, un cartello che dica: ‘Ingresso libero’ – afferma Papa Francesco nel Video del Papa -. Le parrocchie devono essere comunità vicine, senza burocrazia, centrate sulle persone e in cui trovare il dono dei sacramenti. Devono tornare ad essere scuole di servizio e generosità, con le porte sempre aperte agli esclusi. E agli inclusi. A tutti”. Il messaggio di Francesco è che “le parrocchie non sono un club per pochi, che garantisce una certa appartenenza sociale”. E prosegue con l’esortazione: “Per favore, siamo audaci! Ripensiamo tutti allo stile delle nostre comunità parrocchiali”. L’intenzione di preghiera del Papa per febbraio è dunque “perché le parrocchie, mettendo la comunione – la comunione delle persone, la comunione ecclesiale – al centro, siano sempre più comunità di fede, di fraternità e di accoglienza verso i più bisognosi”.

La ricchezza della Chiesa sono le persone
L’esterno di una parrocchia bellissima, ma vuota. Poi la stessa parrocchia, piena di persone, che diventa dunque ancora più bella. Il Video del Papa di questo mese si apre così – si legge nel comunicato stampa che lo accompagna – ricordando che la ricchezza della Chiesa non sono gli edifici, ma le persone che li abitano. Le immagini, provenienti da parrocchie di tutto il mondo, descrivono incontri conviviali, conferenze, distribuzione di aiuti ai più bisognosi, visite agli anziani e ai malati, spettacoli. È un video, dunque, pieno di vita, quella vita che scorre nelle parrocchie e le rende ancora punti di riferimento per molti, dove si impara l’arte dell’incontro.

La parrocchia è presenza della Chiesa tra le case
Il comunicato ricorda che già nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco aveva evidenziato la centralità della parrocchia: “sebbene non sia l’unica istituzione evangelizzatrice”, aveva scritto citando un’espressione di Giovanni Paolo II nella Christifideles laici, la parrocchia ha la particolare caratteristica di essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie”. Per questo deve stare “in contatto con le famiglie e con la vita del popolo” e non diventare “una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi”. Ma questo “appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie”, aggiungeva, “non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente”. Il Pontefice, dunque, insiste sull’idea che le parrocchie debbano portare avanti questo cammino di trasformazione per essere sempre aperte e a disposizione di tutti senza esclusioni, per questo parla di audacia e di ripensamento dello stile attuale delle comunità.

Le persone al centro della vita parrocchiale
Commentando l’intenzione di preghiera di febbraio, padre Frédéric Fornos S.J., direttore Internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa, ha ricordato che “qualche anno fa, Francesco ha detto alla diocesi di Isernia-Venafro: ‘Ogni comunità parrocchiale è chiamata ad essere luogo privilegiato dell’ascolto e dell’annuncio del Vangelo; casa di preghiera raccolta intorno all’Eucaristia; vera scuola della comunione’. Ascolto, preghiera e comunione – prosegue padre Fornos – sono indicazioni sinodali essenziali per la vita delle parrocchie. Per far questo, però, devono essere davvero comunità, con le persone al centro, perché siamo realmente comunità quando conosciamo l’altro, conosciamo il suo nome, le sue necessità, la sua voce”.

Ripensare allo stile delle nostre comunità
Si tratta di una sfida molto grande, dice ancora il direttore della Rete, infatti “quante volte accade che la parrocchia si trasformi in un raggruppamento di persone più o meno sconosciute che si ritrova per la Messa della domenica ma senza vita comunitaria?” “Essere una comunità cristiana – sottolinea – è una grazia, nasce dalla fede condivisa, dalla fraternità vissuta e dall’accoglienza ai più bisognosi; nasce da un’esperienza spirituale comune, dall’incontro con Cristo Risorto. Come dice Francesco nel Video del Papa – conclude padre Fornos -, dobbiamo essere ‘audaci’ nell’ascolto dello Spirito Santo e ripensare tutti ‘allo stile delle nostre comunità parrocchiali’”.

Il Papa ai sacerdoti / No al carrierismo

vai all’articolo
Paolo Ondarza ci racconta, nel suo servizio per vaticannews.va di sabato 28 gennaio (Città del Vaticano), il senso del discorso di Francesco consegnato ai 70 sacerdoti dell’arcidiocesi di Barcellona impegnati nella pastorale giovanile e ricevuti la mattina in Sala Clementina.

È stato un appello a rispondere alla chiamata di Gesù a partire dalla propria povertà e fragilità, rifiutando la doppia vita e le soddisfazioni mondane e testimoniando la misericordia del Signore, senza dare lezioni. Testimoniare l’esperienza della misericordia di Dio senza mettersi in cattedra e cercare la fratellanza in tutti gli ambiti sociali. Secondo Francesco infatti “l’esperienza degli apostoli ha sempre un duplice aspetto”: personale e comunitario.

Rossano Cariati / Incontro formativo con gli IRC

vai all’articolo
All’interno della consueta formazione permanente degli insegnanti di religione cattolica (IRC) si è tenuto lo scorso 14 gennaio a Corigliano Rossano (presso le Suore Madre Isabella de Rosis), un incontro formativo nel quale sono state affrontate e approfondite le seguenti tematiche:

  • sovvenire alle necessità della Chiesa: condivisione, comunicazione, relazione. Dinamiche d’intervento;
  • le relazioni interpersonali: esame degli strumenti d’intervento.

Si è partiti dal principio che fondamento della Chiesa, in tutte le sue manifestazioni è:

  • l’attenzione al bene comune, la carità con particolare attenzione ai più fragili e poveri
  • la relazione come elemento centrale e distintivo del nostro essere cristiani credibili
  • la comunione, la condivisione, la corresponsabilità, la perequazione sono le modalità operative che definiscono e danno un senso compiuto alla relazione
  • il “sovvenire” (8xmille/Offerte) ha rappresentato l’intuizione di applicare detti principi anche all’aspetto economico come naturale conseguenza ecclesiale e pastorale.

Si è poi esaminato nello specifico le modalità per rendere efficace una relazione d’aiuto che deve essere fatta necessariamente di: ascolto, accoglienza, comprensione, accompagnamento e cura.

Notevole è stata sia la partecipazione degli insegnanti (90 su 120) che il gradimento dell’evento stesso. Con i docenti si sono potute gettare le basi per migliorare il loro ruolo di “educatori”.

A prossimi incontri l’onere di approfondire specifiche tematiche di comune interesse.

Stefano Maria Gasseri

Rivista del Clero Italiano / A gennaio I preti e i soldi

vai all’articolo
La Rivista del Clero Italiano, mensile fondato nel 1920, è uno strumento di aggiornamento pastorale attento a interpretare il cambiamento in atto, sia nel contesto religioso sia in quello socio-culturale. Pensata per coloro che hanno ruoli di responsabilità nella Chiesa italiana, vi compaiono contributi sui diversi ambiti del lavoro pastorale: liturgia, aggiornamento teologico, Bibbia, catechesi, spiritualità e morale, ministero del prete, dibatti culturali e recensioni. La Rivista propone ogni anno alcuni dossier monografici e diverse rubriche tematiche distribuite negli undici fascicoli annui.

A tal proposito a gennaio vi segnaliamo un interessante dossier sul rapporto fra condizioni economiche e lavoro pastorale, centrato in modo particolare sulla ricaduta che questo rapporto ha sulla figura del prete. Si intitola I preti e i soldi. Economia del ministero, con i contributi di:

Luca Bressan, Il ministero del prete. Tra gestione dei servizi religiosi e testimonianza dell’amore evangelico

Claudio Margaria, Preti, vangelo e denaro. L’ambiguità del ‘mio’

Mauro Rivella, Remunerare il clero. Riflessioni sul clero italiano

Giacomo Incitti, L’onere dell’amministrazione. Vincoli canonici e forme del ministero

Donato Negro, Solidarietà e sussidiarietà. I frutti buoni del sovvenire.

“Dio è amore” / Chiave del pontificato di Benedetto XVI

vai all’articolo
Il Papa emerito, morto lo scorso 31 dicembre in Vaticano, durante il suo pontificato aveva parlato in continuazione della “gioia dell’essere cristiani”, dedicando la sua prima enciclica all’amore di Dio, “Deus caritas est”. Era il 2005 e di fronte agli scandali e al carrierismo ecclesiastico, Egli aveva continuato a far richiami alla conversione, alla penitenza e all’umiltà, proponendo un’immagine di Chiesa liberata dai privilegi materiali e politici per essere veramente aperta al mondo.

Nel 2006 il Servizio Promozione pubblica a firma di Luigi Mistò un Quaderno del Sovvenire dal titolo “Il cuore che vede“, che presenta un approfondimento del “sovvenire” alla luce dell’enciclica del Papa.

Il grande principio che Benedetto XVI enunciava nella sua enciclica era nel contempo meraviglioso e semplice: tutte le volte che si vive l’amore, che si mette in atto un gesto d’amore – e noi sappiamo bene nel profondo del nostro cuore quando stiamo amando per davvero o stiamo “barando” all’amore – lì si fa presente Dio e, quindi, la salvezza dell’uomo.

Mons. Mistò proponeva a chiusura del suo bel Quaderno del Sovvenire il Decalogo degli incaricati”, ovvero dieci indicazioni per gli operatori della carità affinché il loro lavoro possa essere efficace. Ve le riproponiamo, invitando a rileggere per intero la bella e utile pubblicazione.

Primo: gli incaricati devono essere persone mosse dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato con il suo amore, risvegliando l’amore per il prossimo (qui il Papa riprende la bellissima frase di Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi 5, 14: “L’amore del Cristo ci spinge, caritas Christi urget nos”). Bisogna essere conquistati dall’amore di Cristo per poter davvero amare gli altri.

Secondo: si comprende, allora, che non si vive più per se stessi, ma per Lui; e appunto perché si vive per Lui e con Lui, per gli altri. L’amore di Cristo mi spinge al punto che, parafrasando ancora San Paolo, “per me vivere è Cristo”.

Terzo: chi ama Cristo ama la Chiesa, lavora per la Chiesa, ha passione per la Chiesa, per questa Chiesa insieme santa e fatta di peccatori, “casta meretrix”. Dobbiamo però renderla sempre più bella e capace di presentarsi al mondo nella sua vera immagine. Si ama la Chiesa non in modo supino, ma ricordando che “Ecclesia semper reformanda est”: l’attività pastorale degli incaricati deve promuovere un’immagine di Chiesa bella e attraente, coerente con l’incontro con un Dio che altro non è se non Amore.

Quarto: amare la Chiesa significa essere completamente dentro la Chiesa, lavorando in modo particolare attraverso la comunione con il vescovo. Il riferimento al vescovo per il ministero degli incaricati, per il loro servizio, è decisivo, e va tenuto come punto fermo. Pensiamo al vescovo diocesano, ma anche la figura del vescovo delegato regionale è importante. Il Servizio CEI ben lo sa. E finalmente si è riusciti a completare la “squadra”, “allenatore” compreso.

Quinto: tutto questo comporta una testimonianza. Testimonianza e missione nascono qui, dentro questo quadro teologico. Troppi appelli alla missione – ammettiamolo – risultano sganciati dal “cuore”, con la conseguenza di rimanere privi di risultato. Il nostro stesso operare, pur encomiabile, ne resta frustrato. La testimonianza vera, invece, racchiude dentro di sé una sua efficacia e il suo risultato.

Sesto: la gratuità. Il Papa lo dice, o lo suggerisce, lungo quasi tutta la sua lettera. La caratteristica – forse la prima – dell’amore di Dio è la gratuità, e si celebra nel modo più vero nel perdono. Se l’amore non fosse gratuito, non potrebbe raggiungere il vertice del perdono. E l’amore di Dio è la misura dell’amore dell’uomo.

Settimo: l’amore gratuito, che diventa la testimonianza più grande, trova una sua massima espressione in quel testo stupendo che è l’“inno alla carità” della prima lettera ai Corinzi al capitolo 13. Questo inno rappresenta per il “sovvenire” ed i suoi incaricati un’ulteriore “magna carta”. In esso sono riassunte tutte le riflessioni qui svolte sull’amore, a partire dall’enciclica.

Ottavo: condizione perché i primi sette punti possano realizzarsi, è che occorre essere coinvolti al punto da donare se stessi. L’amore comporta il dono della stessa vita: “partecipi all’altro te stesso”! Sono affermazioni che obbligano all’esame di coscienza, per comprendere quanta distanza ancora ci separi da questo ideale.

Nono: tutte queste modalità si devono accompagnare con quella virtù, per qualche verso sintetica dell’agire cristiano, che è l’umiltà. Facendoci capire che siamo servi inutili, Benedetto XVI da un lato ci preserva dallo scoraggiamento, dall’altro ci spinge alla costanza insieme paziente e direi quasi caparbia. Chi è umile sa di non essere lui, alla fine, ad operare, lui semplice strumento “inutile”; e questo preserva dal rischio della frustrazione infondendo invece grande speranza.

Decimo e ultimo: la preghiera. È il mezzo per attingere sempre nuova forza da Cristo e quindi efficacia nell’azione. Ed è bello rilevare che, proprio parlando di preghiera, il Papa porti l’esempio preclaro della Beata Madre Teresa di Calcutta.

Questo decalogo aiuti il ministero del “sovvenire” e degli incaricati e lo renda, alla fine, un servizio autentico a misura di carità, cioè un servizio d’amore.

Nola / Diario di una condivisione

vai all’articolo
La Diocesi di Nola e la parrocchia del Sacro Cuore, Marigliano, località Pontecitra (NA) nei giorni 2-3 dicembre 2022 hanno promosso due incontri di formazione per volontari (diocesani e parrocchiali) dal titolo:

  • sovvenire alle necessità della Chiesa: la relazione d’aiuto come strumento di servizio nel lavoro sul territorio
  • le relazioni interpersonali: strumento d’intervento con abilità di counseling per operatori nel territorio.

Nel primo incontro, rivolto al Gruppo di lavoro diocesano e ad alcune realtà territoriali, si è sottolineata la profonda sinergia tra il “sovvenire” e il lavoro di educazione svolto nel territorio per promuoverne al meglio i valori di: comunione, condivisione, corresponsabilità, perequazione. Al secondo hanno partecipato tutti quei volontari che ogni giorno si rivolgono e prestano servizio nel territorio della parrocchia. La fascia d’età è partita dai 16 anni sino ai 70 e tutti si sono mostrati attenti e partecipativi per l’intera durata degli incontri.
L’affluenza è stata superiore ad ogni più rosea aspettativa, circa 250 persone distribuite in 3 sessioni.

Sono state affrontate abilità di counseling e simulate relazioni d’aiuto, utili per aiutare a sviluppare competenze di base specifiche da applicare nel territorio.

Nei due incontri sono stati affrontati i diversi approcci ad una corretta relazione di aiuto, di cura nel senso più profondo del “mi sta a cuore”:

  • aiutare l’altro a soddisfare i bisogni e le aspettative
  • una cura educativa tesa a mettere l’altro nelle condizioni di provvedere da sé ai propri bisogni e promuovendo la capacità di aver cura di sé per essere in grado in seguito di fare lo stesso con gli altri.

Per questo ogni volontario che nel proprio territorio vuole “prendersi cura” degli altri, non può non affrontare in modo profondo e consapevole le relazioni interpersonali; esse danno un cuore ad ogni forma di comunicazione efficace, vera e attenta all’altro.

Il nostro essere cristiani c’impone di essere testimoni credibili dell’Amore di Dio. Dice San Paolo in (Fil 2, 6-8):

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce

Per far questo, a imitazione di Cristo, l’altro (il fragile, l’anziano, il povero, l’emarginato e chiunque necessità di aiuto) deve trovare in noi una persona disposta a prendersi cura di loro, delle proprie difficoltà e dei propri bisogni. Dobbiamo essere balsamo per la solitudine che opprime il desiderio di vivere, naturale aspirazione di ciascuna persona.

Diceva Viktor Frankl: «Ho trovato il senso della mia vita aiutando gli altri a trovare il significato della propria».

Questa frase riassume al meglio il servizio di volontariato di chi si prende cura dell’altro.

Stefano Maria Gasseri