Category Archives: Offerte

Uniti nel Dono / Arianna Ciampoli e la fede: quel filo misterioso…

vai all’articolo
“Un essere fondato sulle parole” si definisce Arianna Ciampoli e in effetti quando ha un microfono davanti è un fiume in piena. Di solito, però, è lei a fare le domande e a raccontare quello che succede. Stavolta, invece, in un tiepido pomeriggio romano, ci apre le porte della sua casa e accetta di raccontare a unitineldono.it del suo rapporto con Dio e con la fede, che dagli anni dell’adolescenza continua ad intrecciarsi con la sua vita in modo misterioso e bellissimo.

(Intervista di Stefano Proietti – foto, riprese e editing del video di Cristian Gennari)

Uniti nel Dono / Gli angeli di Campobasso, perché nessuno sia solo

vai all’articolo
Il signor Mario è anziano, ma non ricorda esattamente quanti anni abbia. Ha problemi di coagulazione del sangue e le sue mani sono sempre livide. «Avete una pomata?», ha chiesto una volta a una volontaria. E la crema è stata presa apposta per lui. La signora Rosa, invece, non aveva mai visto il mare e così un’altra volontaria ha esaudito il suo desiderio: l’ha portata in spiaggia, in gita insieme ad altri anziani. Adam è arrivato dalla Polonia, si appoggiava a dormire di qua e di là, a una volta da un conoscente, una volta in una roulotte. Aveva problemi di alcolismo ma, grazie al supporto dei volontari, è riuscito a uscirne e addirittura a prendere un piccolo appartamento in affitto. I nomi sono di fantasia, ma le loro storie no. Seppure diverse, tutte raccontano la stessa cosa: queste persone bisognose non hanno incontrato semplici volontari, ma dei veri e propri “angeli” che si sono presi cura di loro. Si chiama infatti “Casa degli Angeli”, il centro servizi della Caritas dell’arcidiocesi di Campobasso – Bojano frequentata da Mario, Rosa, Adam e tanti altri come loro.

Inaugurata da Papa Francesco

A inaugurarla, il 5 luglio del 2014, fu Papa Francesco. Era presente Maria Antonietta Evangelista, tra i responsabili della mensa della Casa degli Angeli, che ospita anche un dormitorio e un emporio solidale. In cantiere pure l’apertura un ambulatorio sanitario. «La mensa è attiva tutti i giorni per il turno del pranzo – racconta Evangelista –. I volontari arrivano alle 9 e vanno via attorno alle 14. Il servizio comprende la preparazione dei pasti, la somministrazione e la pulizia. I gruppi di volontari cambiano attraverso una turnazione mensile. Chi viene a mangiare alla mensa non può fare la spesa all’emporio, e viceversa. In questo modo riusciamo a garantire aiuti per più persone». Ai tavoli della mensa siedono, per la maggior parte, italiani. Anziani che non sono in grado di prepararsi da mangiare o di fare la spesa, senza fissa dimora, uomini e donne divorziati che non sono riusciti a riprendersi. «C’è un po’ di tutto – confessa don Franco D’Onofrio, direttore della Caritas dell’arcidiocesi di Campobasso-Bojano –. Gli immigrati prima erano più numerosi, ma adesso ce ne sono di meno».
Frequentano di più l’emporio, dove possono fare la spesa e poi cucinare a casa propria. «Tanti sono i giovani argentini – rileva il sacerdote –. C’è stata una sorta di immigrazione di ritorno: i nonni di questi giovani dal Molise sono partiti per andare a cercare fortuna in Sud America e adesso, a causa della crisi economica, i loro pronipoti stanno tornando in Italia. Li aiutiamo molto anche per i documenti».

Cibo per il corpo e per l’anima

Nella Casa degli Angeli, insomma, il cibo non è la portata principale. «Cerchiamo di mettere in pratica quello che ci dice don Franco – sottolinea Maria Antonietta –: dar da mangiare non solo al corpo ma anche allo spirito, chiacchierare con i bisognosi, intrattenersi con loro, capire come stanno vivendo in questo momento». A tanti ospiti, ad esempio, viene preparato anche un panino da portare via, per mangiarlo a cena.

Piccoli gesti di attenzione che possono fare la differenza. Ne è convinto don Franco D’Onofrio, che guida la Caritas dell’arcidiocesi da diciannove anni. «Oltre i normali servizi che svolgevamo, ci siamo resi conto che serviva un punto, una sorta di “sos sociale”, che fosse caratterizzato dalla pedagogia dei fatti. Un luogo dove fare e vivere il servizio» – ricorda. Così è nata la Casa degli Angeli, da «un vecchio asilo dismesso che il Comune ci ha dato in comodato d’uso gratuito». Grazie ai fondi dell’8xmille, è stato «reso fruibile con mensa, dormitorio, miniappartamenti, docce, servizio lavanderia e anche l’emporio – racconta –. Attualmente stiamo lavorando con il Comune per aprire anche un presidio sanitario, dove dei professionisti del settore offriranno la propria opera gratuitamente». Perché la Casa degli Angeli «si mantiene solo grazie ai volontari: prima del Covid circa 570 volontari – prosegue D’Onofrio –; durante il Covid, invece, facevamo soltanto l’asporto ed eravamo pochissimi, mentre ora ci sono circa 300 volontari coinvolti. La Casa si mantiene anche grazie alla vicinanza della città, perché le imprese, le aziende e le istituzioni ci sono molto vicine e ci aiutano con donazioni e altro».

(unitineldono.it, articolo di Giulia Rocchi – foto gentilmente concessa da don Franco D’Onofrio)

Uniti nel Dono / Crema, l’oratorio di Offanengo, casa di tutti e per tutti

vai all’articolo
Alle porte di Crema, l’oratorio San Giovanni Bosco di Offanengo è un luogo di accoglienza e vitalità, divenuto punto di riferimento per giovani e adulti della comunità locale. Situato di fronte alle scuole elementari e medie, a due passi dalla parrocchia di Santa Maria Purificata, l’oratorio, aperto tutti i pomeriggi e le sere, si distingue per la varietà delle sue proposte, grazie anche alla guida del giovane vicario parrocchiale, don Nicholas Sangiovanni.

“La mia vocazione la devo anche ad un parroco meraviglioso, don Elio Ferri – racconta don Nicholas Sangiovanni su unitineldono.it – che ho conosciuto quando avevo 9 anni e che è scomparso sei anni fa per una malattia fulminante: un prete che ha lasciato un ricordo indelebile con il suo esempio e la sua dedizione”. Una traccia che si è consolidata nella missione sacerdotale del don, uno dei più giovani tra i 71 sacerdoti della diocesi, e che si traduce nella fucina di attività dell’oratorio, frequentato ogni giorno da numerosi bambini e ragazzi.

Classe 1990, originario di Scannabue (Cr), don Nicholas, ordinato nel 2017, ha assunto il suo incarico a Offanengo nel 2020, in piena emergenza pandemica. Nonostante le difficoltà di quel periodo, è riuscito rapidamente a conquistare la fiducia delle famiglie e dei ragazzi.

Il giovane don ha riaperto l’oratorio dopo il lockdown, con impegno e dedizione, rendendolo di nuovo un luogo di aggregazione con il coinvolgimento dei volontari, molti dei quali pensionati, che mettono a disposizione il loro tempo per supportare le attività. Tra le iniziative più significative figura un doposcuola rivolto a 40 bambini, dalla seconda alla quinta elementare, il 90% dei quali di origine straniera.

Ai ragazzi viene dedicata tutti gli anni la “Settimana dell’Oratorio”, che si svolge il 31 gennaio in occasione della tradizionale festa di san Giovanni Bosco. Aperta anche ai giovani delle altre due parrocchie di Bottaiano e Ricengo, che compongono l’unità pastorale “Emmaus”, una delle 17 in cui è suddivisa la diocesi, è un’iniziativa che coinvolge l’intera comunità. “I protagonisti sono soprattutto una ventina di liceali e universitari che si trasferiscono per una settimana in parrocchia per studiare tutti insieme nel pomeriggio e per ‘fare casa’ – spiega don Nicholas -. I volontari accolgono a colazione, dalle 7 alle 9, circa 100 famiglie che tutte le mattine si fermano per prendere un caffè e pregare qualche minuto nella bella cappella al primo piano dell’edificio”.

Lo sguardo verso il futuro si concentra ora su nuove sfide, come l’educativa di strada. “Anche in un piccolo centro come Offanengo si riscontrano situazioni di disagio giovanile – conclude don Nicholas – con ragazzi che talvolta faticano a rispettare le regole sia in oratorio che al di fuori, compiono atti di vandalismo e assumono alcol e droghe. Da oltre un anno collaboriamo con il Comune, le forze dell’ordine e educatori professionisti, che, attraverso uscite settimanali sul territorio, si impegnano a raggiungere questi gruppi, cercando di costruire una relazione di fiducia, fondata principalmente sul dialogo e sull’ascolto, per aiutarli a riflettere e a sviluppare una maggiore consapevolezza e responsabilità”.

Sul territorio sono tanti i sacerdoti impegnati in prima linea. Lo spiega la nuova campagna istituzionale della CEI dal claim “Chiesa cattolica italiana. Nelle nostre vite, ogni giorno”.

Nell’Italia di oggi, se non ci fosse la Chiesa con la sua rete solidale e il lavoro straordinario svolto da migliaia di volontari, ci sarebbe un vuoto enorme. Con la campagna – spiega il responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni – vogliamo raccontare il valore tangibile di questa presenza nella vita di tante persone, cattoliche e non”.

Uniti nel Dono / A Ferrara, in parrocchia c’è una luce che fende il buio

vai all’articolo
Lungo l’asse nord-sud, proprio al centro della chiesa, allineata all’altare e alla croce, è collocata sul pavimento una meridiana. Una linea di piastrelle attraversate, a metà giornata, dalla luce del sole che entra dallo gnomone, un foro che sta esattamente sopra l’altare. “Abbiamo voluto questa meridiana – spiega don Michele – per ricordare che la bellezza del volto di Dio entra nella nostra storia. In questo quartiere ci sono 7000 residenti e, tra loro, più di 1100 persone vivono da sole: per lo più anziani, vedovi e vedove che aspettano qualcuno che porti loro la luce di una presenza semplice, di umanità. Il Signore illumina tutti quei genitori che vogliono bene ai bimbi, quelle persone che assistono gli anziani in un modo eroico. Tutte le forme di associazioni, volontariato, solidarietà, sono frutto di una illuminazione dello Spirito. Se uno ha questa attenzione, lo stupore è quotidiano e infinito”.

Cinquantotto anni, quasi trenta vissuti da sacerdote, don Michele Zecchin è stato scelto come presidente della nuova unità pastorale del Corpus Domini e di S. Agostino, eretta un anno fa dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Perego, per dare nuovo impulso alle parrocchie situate nella prima periferia a sud-ovest di Ferrara e perseguire in modo sinodale una nuova evangelizzazione. “Credo che la cosa più importante – aggiunge don Michele – sia l’onore di comunicare Gesù Cristo, essere un aiuto per le persone a cogliere la luce che è Gesù per la loro maturità umana. Io ho scoperto nella mia vita che il messaggio del Vangelo era l’annuncio della possibilità di una umanità bella, matura, equilibrata: quella che ha vissuto Lui”.

Una umanità che, in questa unità pastorale, abbraccia veramente tutte le fasce d’età. Chiara, ad esempio, coi suoi 16 anni, è il membro più giovane del consiglio pastorale. “Insieme al parroco – racconta – prendiamo decisioni che riguardano la vita di tutta la parrocchia. La parrocchia per me è il mio posto sicuro. Dobbiamo cambiare la visione del prossimo: se tutti iniziassimo a guardare l’altro prima di noi stessi, il mondo sarebbe un posto migliore per tutti. Don Michele ha segnato molto la mia crescita, mettendo in me dei valori e delle idee che non mi sarebbero potuti arrivare da nessun altro”.

Anche Arianna, 19 anni, fa la volontaria della Caritas parrocchiale. “Quando siamo arrivati io e un altro ragazzo della mia età – ci dice – i volontari della Caritas ci hanno fatto una gran festa perché non c’erano altre persone sotto i cinquant’anni ed è stato bello essere accolti così. Qui non importa quanti anni hai: importa se hai voglia, tempo e cuore per renderti disponibile per una cosa così bella”.

“Don Michele – aggiunge poi pensando al parroco – è prima di tutto un amico ed è sempre disponibile, sempre sul pezzo, non solo per me ma per tutte le persone che sono qui: questa è la cosa che più mi sconvolge, questa sua cura e questo affetto per ciascuno. Ma anche in tante altre persone che sono qui ho trovato delle guide, delle persone da seguire: ho imparato a prendere in ognuno di quelli che incontriamo delle cose belle, preziose.”

E di testimonianza parla anche Nicola, uno dei responsabili dell’Azione Cattolica: “La parrocchia mi ha salvato, mi ha dato l’opportunità di capire che avevo dei talenti e di metterli in gioco. La testimonianza va sempre legata a un discepolato e i pastori che si sono susseguiti in questa comunità ce lo hanno insegnato, consolidando allo stesso tempo uno stile di apertura e accoglienza, per il quale siamo loro grati”.

Tra le catechiste, Valentina ci regala l’immagine più suggestiva: “La nostra parrocchia è un punto di riferimento per il nostro quartiere, un abbraccio che ci aspetta sempre, ogni volta che ci incontriamo. È un punto d’incontro tra realtà anche molto diverse e don Michele è la personificazione del pastore: conosce tutti per nome, ha sempre un sorriso per tutti, ha disponibilità e un cuore grande e per noi ha una guida importante per condividere anche le nostre passioni. Ci sa ascoltare”.

Ma chi ti lascia veramente a bocca aperta è Ada, una volontaria cui daresti settant’anni e che invece ne ha venti di più: “La parrocchia è una seconda casa per me, sono felice di aiutare la comunità e i sacerdoti perché c’è sempre bisogno del nostro aiuto: nella preghiera, nel lavoro della pulizia della chiesa, tantissime cose… Anche fisicamente questa esperienza mi ha fatto bene: sono trent’anni che sono in pensione e ancora sono qui che aiuto. Per me è proprio un dono del Signore”.

“Attraverso l’amicizia – aggiunge Matilde, altra volontaria – e grazie alla reciproca conoscenza, le barriere cadono. Ti rendi conto che i tuoi sentimenti sono simili a quelli dell’altra persona e confrontarti con altre religioni ti fa conoscere meglio la tua, conoscere meglio te stesso”.

Le fa eco Alberto, educatore dell’Associazione Arcobaleno ma anche presidente diocesano dell’Azione Cattolica: “Questo è un quartiere estremamente dinamico per cui abbiamo avuto molta immigrazione italiana, interna, e adesso abbiamo molta immigrazione straniera. La parrocchia non sono solo le quattro mura della chiesa e della canonica: la parrocchia è il territorio e quindi bisogna farsi carico di tutte le realtà che sono sul territorio. A noi si rivolgono anche molte famiglie straniere, anche se di fedi diverse, perché siamo l’unico centro che le ascolta: c’è da pagare una bolletta, non sanno in quale ufficio bisogna fare un certo documento… spesso su questo territorio siamo l’unica agenzia che si occupa della gente”.

In parrocchia, infatti, incontriamo anche Hassan, un libanese musulmano che fa il volontario qui, senza paura. “Vengo dal Libano – ci racconta – un paese in cui religioni diverse convivono, e il parroco mi ha invitato a portare questa testimonianza. Trovare le persone con il dialogo, parlare di religione, cultura, di un modello sociale, ci ha permesso di avvicinare le famiglie del quartiere.

La violenza non ha nulla a che fare con la religione: né quella musulmana, né quella ebraica, né quella cristiana.

Sono tre religioni di pace e questo mi ha unito immediatamente con don Michele. Con lui è possibile parlare di tutto, di qualsiasi problema, sapendo che è una persona che ti ascolta a braccia aperte: è una persona di riferimento per tutto il quartiere e anche per le altre religioni, famiglie cristiane o musulmane. Per noi è stata una gran soddisfazione vedere le persone incontrarsi in pace, senza anteporre le differenze alla stessa umanità”.

(unitineldono.it – Testo, immagini e video di Giovanni Panozzo)

Uniti nel Dono / Carlo Conti: “L’eredità della mia mamma: fede e onestà”

vai all’articolo
Su Uniti nel Dono Carlo Conti, mattatore del Festival di Sanremo 2025, apre il cassetto dei suoi ricordi: una mamma che gli ha fatto anche da padre, i sacerdoti importanti della sua vita, le nozze con Francesca e l’arrivo di Matteo che lo hanno cambiato, segnando anche le sue scelte professionali. Per vivere a Firenze, con la sua famiglia, ha lasciato la conduzione de “L’eredità”.

Cominciamo dalle radici, dalla sua famiglia d’origine. Papà Giuseppe che muore quando lei ha solo un anno e mezzo e una grande mamma, Lolette, che deve fare da madre e da padre. Lei ha raccontato che è a sua madre che deve il dono della fede. Quali sono i ricordi più cari, in questo senso, che porta nel cuore?

L’esempio che mi ha dato, i valori che mi ha trasmesso, come ad esempio il rispetto degli altri, il guardare sempre il bicchiere mezzo pieno e non considerarlo mezzo vuoto, l’accontentarsi, il fare tutto con grande onestà. I due pilastri fondamentali sono proprio questi, in fondo: il rispetto e l’onestà. Anche nei confronti di sé stessi, non solo degli altri; quell’onestà che ti fa riconoscere i tuoi limiti e che ti fa capire cosa puoi e cosa non puoi fare. Quando in noi qualcosa non va bene tendiamo sempre a dare la colpa gli altri e invece la mamma mi ha insegnato che bisogna essere onesti con sé stessi. E poi naturalmente la fede. Quando il mio babbo è morto la mamma mi diceva sempre che le erano rimasti solo gli occhi per piangere. Economicamente doveva ripartire da zero perché aveva speso molto per le cure per il babbo. Rientrando dal funerale, con questo bambino di 18 mesi in braccio, sola, istintivamente aprì la cassetta delle lettere e ci trovò 500 lire, che le diedero la forza di ripartire in qualche modo e di rimboccarsi le maniche. Lei mi ha sempre detto che gliele aveva fatte trovare santa Rita, la santa degli impossibili, alla quale era particolarmente devota.

La sua crescita è stata legata a doppio filo con i francescani, ma ci sono anche altri sacerdoti che nella sua vita hanno lasciato un segno importante. Le dico tre nomi: padre Artemio, don Giovanni Martini e don Tito Testi. Ci regala qualche “istantanea” di queste tre persone?

Padre Artemio era il viceparroco della parrocchia francescana di Montughi, a Firenze, dove era parroco padre Stanislao. Lì mi sono formato per la comunione e per la cresima e mi ricordo le tante messe che ho servito. Anzi c’era proprio il torneo dei chierichetti e in sacrestia c’era un tabellone dove chi serviva più messe collezionava più crocette (ride, ndr). Io non ho mai vinto ma mi piazzavo sempre bene! Padre Artemio ci regalò, al ritiro della prima comunione, un piccolo Vangelo che ancora custodisco nel cassetto del mio comodino, e sulla prima pagina ci fece scrivere “Io sono di Cristo”.

Don Giovanni è un prete straordinario. È un uomo molto sanguigno, un “fiorentinaccio”, tifosissimo della Fiorentina e perfino cappellano della squadra. La nostra amicizia risale a quando lo incontrai in tribuna d’onore al Franchi, ancora ai tempi di Cecchi Gori. Era di una parrocchia vicina alla mia casa ed è lui che mi ha sposato e ha battezzato mio figlio Matteo. Insomma, è un po’ il padre spirituale della nostra famiglia.

Don Tito, infine, l’ho conosciuto a un matrimonio, sul monte Amiata. Allora era lassù, a Castell’Azzara ma poi è stato trasferito ad Orbetello. Ricordo di essere andato a trovarlo e a parlare con i suoi ragazzi, e a volte lo vedo quando vado a pescare in laguna, dove sono amico di molti pescatori. È un uomo vero, un prete “in trincea”, immerso nella realtà del quotidiano. Una cosa che mi fa ridere moltissimo sono le sue telefonate: magari è in pullman con i malati dell’Unitalsi, oppure a una cena con 500 persone… prende il telefono, mi mette in viva voce e mi fa salutare tutti, appoggiando il microfono al suo telefono, e poi chiede un applauso. Nella sua semplicità, è una cosa bella che faccio sempre volentieri.

Una cosa colpisce andando a ripercorrere gli inizi della sua carriera artistica: a 25 anni lascia la sicurezza di un posto in banca, ben remunerato, per inseguire i suoi sogni e scommettere sulle sue qualità. Cosa si sente di consigliare ai giovani di oggi che sono in cerca della propria realizzazione?

Sai, oggi è tutto più difficile anche se non c’è più la rincorsa al posto fisso, come ci poteva essere allora. La mia mamma aveva fatto mille lavori per potermi mantenere agli studi e puoi immaginare con quanto sollievo avesse accolto quel mio “posto fisso” in banca. Quando improvvisamente le dissi che mi sarei licenziato… quasi svenne. Appena si riprese, però, si rese conto che stavo inseguendo il mio sogno e mi stimolò anche in questo, responsabilizzandomi e dicendomi: “Se non ci credi tu, in questa cosa… chi ci deve credere?”. Ai ragazzi posso dire di credere sempre nei propri sogni e soprattutto di non piangersi mai addosso, attribuendo ad altri i propri fallimenti. Dobbiamo sempre riconoscere i nostri limiti e cercare di migliorarci e di arrivare al massimo delle nostre possibilità.

Tra il 2012 e il 2014 la sua vita personale cambia in modo decisivo: da scapolo impenitente arriva al matrimonio con Francesca e poi c’è la nascita di Matteo. Cosa rappresenta oggi per lei la sua famiglia? Cosa vorrebbe trasmettere di più prezioso a suo figlio?

La famiglia per me è il centro di tutto e io sono solito dire, scherzando, che “tutto il resto fa volume”. Per la mia famiglia ho fatto anche scelte professionali importanti: ho lasciato “L’eredità”, un programma quotidiano, per poter vivere a Firenze e stare più con Francesca e Matteo. Le mie gioie sono portare a scuola mio figlio, trovarci a cena la sera e chiacchierare, giocare insieme o arrabbiarci se guarda troppo l’I-pad, andare a fare la spesa insieme: le cose piccole sono quelle che riempiono di più il cuore se le fai con le persone che ami. Io e mia moglie cerchiamo di trasmettere a Matteo i valori che abbiamo ricevuto dai nostri genitori. La fede, ad esempio, come facciamo andando a messa la domenica insieme a nostro figlio. Ma anche l’onestà, il rispetto e il sapersi migliorare: non per competere con gli altri ma per sé stessi.

Per la quarta volta quest’anno il festival di Sanremo è stato affidato alla sua conduzione e alla sua direzione artistica. Non si tratta solo di un evento di spettacolo e intrattenimento: in Italia è un pezzo importante della cultura e della vita del Paese. Quanto sente questa responsabilità?    

La direzione artistica di Sanremo comporta tre diversi tipi di responsabilità. Innanzitutto, si tratta di regalare svago e leggerezza, visto che succede con Sanremo lo stesso fenomeno che si verifica quando gioca la Nazionale: in quel momento siamo un po’ tutti tifosi… In secondo luogo, si cerca di far arrivare qualche buon messaggio o qualche testimonianza significativa, come a me è già capitato in altre occasioni (ricordo quando ho ospitato Sammy Basso, ad esempio, oppure anche Ezio Bosso, o quando ho fatto venire la protezione civile e i volontari che si erano spesi per i terremotati). Il terzo tipo di responsabilità sta nel saper selezionare bene le canzoni, in modo che possano piacere ad un pubblico il più possibile ampio, regalando sorrisi, emozioni, divertimento. Con la speranza che poi possano rimanere negli anni!

Intervista di Stefano Proietti – Foto Ufficio Stampa RAI

 

Trieste/ Si conclude Uniti Possiamo con ottimi risultati

vai all’articolo
Per il terzo anno consecutivo, il Servizio diocesano per la Promozione del sostegno economico alla Chiesa Ccattolica (più comunemente noto come Sovvenire) ha promosso a Trieste il progetto Uniti Possiamo. Questo progetto si è svolto tra novembre e dicembre 2024 in diverse parrocchie della nostra diocesi, con il duplice scopo di informare i fedeli sui canali del sostentamento economico della Chiesa Cattolica in Italia e raccogliere offerte liberali per il sostentamento dei circa 33mila sacerdoti italiani.

Il progetto si è svolto grazie all’aiuto dei referenti parrocchiali del Sovvenire, volontari nominati dai rispettivi parroci, che si sono adoperati per l’organizzazione di incontri atti a sensibilizzare i fedeli sui temi del sostentamento economico della Chiesa cattolica.

La formazione, svolta con l’aiuto dei referenti diocesani, si è rivelata importantissima, poiché ha permesso di porre l’attenzione su alcuni valori fondamentali. Nessuno può dire “l’altro non mi riguarda” perché chi partecipa ad una comunità è responsabile insieme agli altri dei suoi bisogni, quindi far parte di una comunità significa anche condividere una parte delle proprie risorse. Nelle nostre comunità, sappiamo bene quanto importanti sono i sacerdoti ed il progetto Uniti Possiamo ha permesso a ciascuno di esprimere la propria gratitudine a loro, che dedicano gran parte del proprio tempo proprio alla comunità.

Sono stati una decina gli incontri formativi svolti nella seconda metà del 2024 e quasi 20mila euro la cifra complessiva delle offerte liberali raccolte in 23 parrocchie per il sostentamento dei sacerdoti. Un ottimo risultato se si pensa che nel 2022 e 2023 (primi due anni del progetto) erano stati raccolti circa 6.200 € e 13.000 € rispettivamente.

L’incremento delle offerte è dovuto essenzialmente a due fattori: l’allargamento del servizio diocesano, voluto dal Vescovo S.E. Mons. Enrico Trevisi, che è attualmente composto da 6 volontari ed il crescente numero di parrocchie che hanno aderito al progetto.

A nome di tutti i volontari del Servizio diocesano del Sovvenire, ringrazio le persone che hanno contribuito con la loro offerta e mi unisco alle parole del nostro Vescovo nella sua lettera del 12 gennaio.

Mike Cardinale
Incaricato per la promozione del sostegno alla Chiesa Cattolica nella diocesi di Trieste

 

A conclusione del progetto il Vescovo Mons. Enrico Trevisi ha inviato QUI una lettera di ringraziamento a conclusione del progetto “Uniti possiamo” per il sostentamento dei sacerdoti.

 

Uniti Possiamo / Avviso importante: prorogata la data di consegna delle scatole al 7 gennaio

vai all’articolo

È stata prorogata la data di consegna delle scatole con le buste chiuse delle offerte agli Istituti Diocesani Sostentamento Clero (IDSC) dal 15 dicembre al 7 gennaio 2025.

Si invitano, quindi, tutti gli incaricati diocesani e loro collaboratori a contattare i propri IDSC per:

  • verificare l’elenco delle parrocchie iscritte al progetto Uniti Possiamo;
  • organizzare insieme i tempi per la consegna delle scatole e le modalità di apertura delle buste con le offerte;
  • aiutare l’IDSC, solo se richiesto, nella compilazione dei blocchetti con le ricevute.

In una circolare l’Istituto Centrale Sostentamento Clero (ICSC), oltre la proroga al 7 gennaio, indica quanto segue:

  • gli IDSC dovranno aprire le scatole e compilare la procedura Uniti Possiamo entro il 20 gennaio;
  • è previsto l’invio dei blocchetti compilati all’ICSC entro e non oltre la prima settimana di febbraio.

Per tutto quello che riguarda le attività attinenti, gli IDSC dovranno contattare direttamente l’ICSC.

 

Monzio Compagnoni: “Con la nuova campagna di comunicazione vogliamo raccontare i valori della Chiesa cattolica”

vai all’articolo
In questo nostro spazio vi proponiamo l’intervista che Massimo Monzio Compagnoni ha rilasciato all’agenzia Sir lo scorso 7 dicembre (a cura di Filippo Passantino).

***************************************************

Al via la nuova campagna istituzionale curata dal Servizio per la promozione del sostegno economico della Conferenza Episcopale Italiana, che racconta una “Chiesa famiglia” fatta di piccoli gesti, di mani tese, di momenti di conforto che trasformano le difficoltà quotidiane in speranza. La campagna, dal claim incisivo “Chiesa cattolica italiana. Nelle nostre vite, ogni giorno”, si articola attorno ad alcune domandeQuanto è importante per te chi ti sostiene nella fede? Che valore dai a chi aiuta ad imparare un mestiere o porta speranza ai dimenticati?e ricorda l’impegno quotidiano dei sacerdoti e delle comunità loro affidate, attraverso immagini vive e autentiche di bambini, giovani, famiglie e anziani.

La campagna, on air dal 1° dicembre fino a fine gennaio 2025, si snoda tra tv, radio, web, social e stampa. Gli spot, da 15” e da 30”, raccontano attraverso cinque esempi concreti come la Chiesa sia immersa quotidianamente nelle sfide del nostro tempo. Non solo tv, ma anche radio, digital e carta stampata, con uscite pianificate su testate cattoliche e generaliste. Ne parliamo con il responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni.

Qual è l’obiettivo di questa campagna?
L’obiettivo è quello di raccontare la Chiesa cattolica tramite le attività che la rendono riconoscibile, mettendo in evidenza quali siano i suoi valori fondamentali. Vuole implicitamente portare il pubblico a chiedersi: “perché dovrei sostenerla e dar fiducia alla Chiesa?”. Perché dove c’è la Chiesa c’è fraternità e attenzione agli ultimi, ma c’è anche cura dell’interiorità di ciascuno e dei bisogni non solo materiali. E poi perché a nessuno viene chiesto il certificato di battesimo perché possa trovare accoglienza e ascolto.

Quali canali e linguaggi avete scelto?
Abbiamo cercato di usare un linguaggio molto semplice perché la campagna è indirizzata a tutti, guardando innanzitutto alle famiglie che si misurano con i problemi di ogni giorno, dalla sanità alle questioni legate ai figli, dai momenti di festa e di gioia a quelli di maggiore sofferenza, con una particolare attenzione a quei segmenti di più grande fragilità della vita umana, subito dopo il suo concepimento e prima della sua fine naturale, che sono sempre stati particolarmente a cuore alla Chiesa.

La campagna viene diffusa quest’anno non solo sul web ma anche in tv…
Esattamente. Abbiamo fatto un piccolo investimento, perché non c’erano grandi disponibilità. Abbiamo aggiunto alcuni passaggi televisivi ma c’è sempre tanto web. Il web continua ad essere una parte importante dei nostri investimenti perché ci permette di intercettare un gran numero di persone. Noi stiamo adeguando il nostro modo di comunicare per aprirci a tutte quelli che ormai non leggono più i giornali e vedono la televisione in modo saltuario, ma certamente abitano la rete e i social.

Qual è l’importanza del dono e della firma per l’8xmille alla Chiesa cattolica?
Questo è un tema importantissimo perché viviamo in una società che è sempre più indifferente. L’indifferenza può essere superata soltanto educando le persone al dono e a essere attenti verso il prossimo. Anche questa è un’azione pastorale: chiedendo di sostenere la Chiesa con la firma per l’8xmille e di sostenere i sacerdoti con un’offerta deducibile, invitiamo le persone anche a costruire insieme a noi un mondo più fraterno e solidale. Meno indifferente.

Quanto incide il welfare cattolico nella società?
La Chiesa cattolica, anche se spesso ce ne scordiamo, investe ogni anno centinaia di milioni di euro, che le vengono dati grazie a chi decide di sostenerla, per una serie di attività e di progetti a supporto della comunità e di tutte le persone. È un sistema di welfare sussidiario a quello dello Stato, perché sono migliaia di progetti che aiutano le famiglie, le persone indigenti, chi non ha più un lavoro, i migranti. L’impatto sociale di quest’opera è gigantesco e, se d’improvviso venisse meno, le conseguenze sarebbero terribili.

Ogni anno la Chiesa investe 250 milioni di euro solamente nei progetti destinati alla carità, soldi che si moltiplicano grazie al contributo di migliaia di volontari che si mettono in gioco e fanno sì che questi progetti funzionino.
Dalle mense delle Caritas ai dormitori, tutte queste cose funzionano grazie a chi gratuitamente fa sì che le persone in difficoltà ricevano un sostegno. E non dimentichiamoci che la Chiesa cattolica ormai in tante zone contribuisce a sopperire anche alle carenze e ai ritardi del sistema sanitario pubblico. Ci sono medici in pensione che mettono a disposizione volontariamente il proprio lavoro, offrendo visite specialistiche a quelle persone più fragili che non sarebbero in grado di poterne avere una in tempi brevi. Tutto ciò accade, molto spesso, in strutture sostenute dai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica.

“Sovvenire in radio” / In studio, a Radio Kalaritana, per l’XI puntata don Mameli e Giancarlo Cocco

vai all’articolo
Perché è bello, necessario, e anche doveroso, sostenere economicamente i nostri sacerdoti? Per rispondere a questa domanda il programma “Sovvenire in radio”, condotto da Maria Chiara Cugusi e don Alessandro Simula, continua a raccontare l’impegno dei sacerdoti nella diocesi cagliaritana per far capire che sostenere i sacerdoti significa sostenere le opere/azioni concrete che essi portano avanti nei diversi territori, con ricadute significative per le comunità locali.

Ospiti di questa puntata don Emanuele Mameli, parroco della parrocchia Madonna della Strada a Cagliari dal 2020; tra i vari incarichi, anche direttore dell’Ufficio Catechistico dal 2012 e insegnante di religione cattolica presso il Liceo Euclide. Inoltre, Giancarlo Cocco, giovane animatore della parrocchia da circa 8 anni.

Ascolta la puntata:

Uniti nel Dono / A Cisliano (MI), un covo della mafia restituito al bene comune

vai all’articolo
“Da questa esperienza ho imparato che il mondo bisogna guardarlo dalla prospettiva delle vittime”. Don Massimo Mapelli, 52 anni, lecchese di Merate, parla così (nell’articolo a firma di Roberto Brambilla su unitineldono.it) di uno degli insegnamenti che ha appreso durante il suo impegno alla Libera Masseria di Cisliano, paese a sud-ovest di Milano, sorta su un bene confiscato alla ‘ndrangheta.

Una nuova vita, quella del complesso di 10mila metri quadrati sequestrato alla famiglia Valle a seguito dell’operazione “Crimine Infinito”, cominciata quasi dieci anni fa.

“Tutto è iniziato nel 2015 per volontà della società civile – ricorda don Massimo, insignito nel 2024 del titolo di Cavaliere della Repubblica – c’era questo bene abbandonato e noi ci siamo entrati senza aspettare le istituzioni, che poi ci hanno sostenuto, perché era un peccato che venisse rovinato e che non fosse utilizzato. Abbiamo ottenuto prima l’assegnazione provvisoria nel 2015 e poi quella definitiva nel 2021”.

Un luogo in cui si decidevano le strategie criminali del clan e dove si compivano violenze che si è trasformato grazie al lavoro della Caritas, dell’associazione Libera, della onlus Una Casa Anche Per Te e dei volontari, in un bene a disposizione dell’intera comunità. “All’interno della Libera Masseria – spiega don Mapelli, responsabile della Caritas ambrosiana nella zona pastorale VI – ospitiamo in collaborazione con i servizi sociali alcune persone, famiglie o singoli in condizioni di necessità, siamo sede di eventi sul tema delle mafie e della legalità, organizziamo campi di lavoro, oltre ad accogliere scuole, gruppi, oratori che vogliono conoscere la storia di questa struttura e che vogliono lavorare su alcune tematiche”. Una struttura, la Libera Masseria, dove si accoglie e si educa, soprattutto i giovani.

Leggi tutto l’articolo su unitineldono.it