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Uniti nel Dono / Arianna Ciampoli e la fede: quel filo misterioso…

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“Un essere fondato sulle parole” si definisce Arianna Ciampoli e in effetti quando ha un microfono davanti è un fiume in piena. Di solito, però, è lei a fare le domande e a raccontare quello che succede. Stavolta, invece, in un tiepido pomeriggio romano, ci apre le porte della sua casa e accetta di raccontare a unitineldono.it del suo rapporto con Dio e con la fede, che dagli anni dell’adolescenza continua ad intrecciarsi con la sua vita in modo misterioso e bellissimo.

(Intervista di Stefano Proietti – foto, riprese e editing del video di Cristian Gennari)

Ravenna / In Seminario l’incontro del Servizio Promozione CEI con i referenti parrocchiali

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È come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci. “La Chiesa riceve per dare. Se non riceve, come può fare quel che fa?”.
È servito a mettere a fuoco molti aspetti del sostegno economico alla Chiesa l’incontro organizzato dall’incaricata diocesana, Paola Zepparoni, con i referenti parrocchiali del Sovvenire che si è svolto mercoledì 26 marzo in Seminario, con il referente regionale Davide Martini, e Letizia Franchellucci, del Servizio promozione sostegno economico della CEI e l’Arcivescovo Lorenzo Ghizzoni. L’8xmille è un “moltiplicatore”, di bene e di risorse.

«Siamo Chiesa cattolica, strettamente uniti in questo compito che è sempre più cruciale – ha detto Letizia –. A livello nazionale il Servizio nasce con tre funzioni: la formazione, la promozione della firma e la raccolta di offerte per il sostentamento del clero. Ma sul territorio ci siete voi: l’incaricato diocesano e voi nelle parrocchie. Questo è l’unico Servizio Cei che ha referenti nelle singole comunità».
La ragione è semplice, spiega l’incaricata del coordinamento della rete territoriale: «Occorre custodire il piccolo: la vicinanza nel dono fa tantissimo. Secondo i nostri dati l’82 per cento delle persone preferisce fare un’offerta direttamente al proprio sacerdote. Sono le reti sul territorio che contano: tante piccole gocce che generano un moltiplicatore di bene. Una condivisione benedetta».
Negli ultimi anni, però, il meccanismo rischia di incepparsi: calo demografico, crisi economica secolarizzazione (e concorrenza dello Stato e di altre Chiese) hanno ridotto il numero delle firme e il loro apporto. I “praticanti” che si definiscono tali sono il 16 per cento della popolazione italiana. E il problema è soprattutto concentrato tra le fasce più giovani della popolazione: solo il 2 per cento vede nella Chiesa un “punto di riferimento” secondo i dati raccolti dal Sovvenire.

Luoghi comuni: «Ai preti pensa il Vaticano». Tutte le “fake” sul tema.

Primo: sfatare le fake news. «L’8xmille è una tassa in più», «guadagno poco, e la mia firma vale poco», «ai sacerdoti pensa il Vaticano», «la Chiesa non paga le tasse», «non faccio la dichiarazione dei redditi e quindi non posso dare l’8xmille». Tutto falso o impreciso. Proviamo a sfatare qualche falso mito. Il Vaticano non si occupa del clero diocesano. I sacerdoti ricevono un contributo dall’Istituto centrale sostentamento clero, che si alimenta con offerte e 8xmille: il loro stipendio va da 900 a 1500 euro al mese. La Chiesa paga le tasse sugli immobili che producono reddito, non su strutture che hanno finalità pastorali o sociali come mense, chiese e centri pastorali. L’8xmille non è una tassa, ma l’opportunità di destinare a ciò in cui si crede una piccola parte di tasse già versate allo Stato. Ogni firma vale uno: tutte sono importanti. Infine, è possibile destinare l’8xmille anche se non si presenta la dichiarazione dei redditi.

(di Daniela Verlicchi per il settimanale cattolico di Ravenna-Cervia Risveglio duemila)

Presentato il Rendiconto 8xmille 2024 delle diocesi umbre / Un modo per dire grazie a tutti

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«L’annuale Rendiconto delle nostre Chiese dell’Umbria è un dovere, perché i cittadini si fidano della Chiesa mettendole a disposizione diverse risorse, attraverso la firma dell’8xmille». Così l’Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Ivan Maffeis, presidente del Comitato nazionale per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, in occasione della presentazione, nel capoluogo regionale, del Rendiconto 8xmille 2024 delle Diocesi dell’Umbria, tenutasi il 22 marzo, nella Sala del Dottorato del complesso monumentale e museale della Cattedrale “Isola San Lorenzo”.

«È un dovere buono – ha proseguito l’Arcivescovo Maffeis –, perché dietro a questa rendicontazione passa il volto delle nostre comunità, passa l’impegno della carità, basti pensare alle tante opere segno e strutture di accoglienza Caritas, passa l’impegno educativo per i nostri ragazzi, penso ai numerosi oratori, passa l’impegno per la salvaguardia e la valorizzazione del vasto patrimonio storico-artistico ecclesiale, un esempio è questo complesso in cui ci troviamo, e passa l’impegno per tutto l’aspetto del culto, le chiese, le opere d’arte e le tante forme culturali attraverso le quali come Chiesa cerchiamo di portare in questo tempo il messaggio di speranza. La rendicontazione è un modo per dire grazie a tutti, credenti e non credenti».

Oltre all’aspetto pastorale sottolineato da Mons. Maffeis, sono stati trattati i temi riguardanti l’annuale Rendiconto 8xmille dal diacono perugino Giovanni Lolli, delegato regionale per il Sovvenire in Umbria, dall’economo della Conferenza episcopale umbra (Ceu) Daniele Fiorelli e dal giornalista e membro della Segreteria pastorale regionale Ceu Daniele Morini.

Quest’ultimo ha presentato alcuni video realizzati sui diversi ambiti di intervento delle Chiese locali, dalle opere e strutture Caritas agli Oratori, dai parroci e animatori parrocchiali al culto e alla tutela del patrimonio storico-artistico di cui l’Umbria è ricchissima, non trascurando le “storie di vita” delle persone a cui buona parte dei fondi 8xmille è destinata. Storie che interessano più dei numeri i media che da anni, ha ricordato Morini, danno adeguato spazio alla presentazione delle opere e attività promosse grazie all’8xmille a livello territoriale.

L’economo Fiorelli ha parlato di quanto questo rendiconto, giunto alla settima edizione, sia di esempio-modello per altre Regioni ecclesiastiche italiane, nell’essere invitato a presentarlo lungo un po’ tutta la Penisola. Si tratta anche di un esempio di quanto la Chiesa sia trasparente nella gestione delle risorse economiche destinate dal contribuente-cittadino. Inoltre, ha evidenziato lo stesso Fiorelli, il rendiconto è sempre più preso in considerazione dagli enti regionali e comunali che vedono nella Chiesa cattolica un soggetto con cui collaborare per la realizzazione di progetti con ricadute positive sul territorio.

Il diacono Lolli, che ha moderato i vari interventi, ha presentato i dati del rendiconto, che quest’anno è stato dedicato al tema della formazione, crescita e accompagnamento delle giovani generazioni con sei pagine riferite all’attività degli oratori finanziate anche con i fondi dell’8xmille. Pertanto, la scelta del titolo dell’edizione 2024: “8xmille: al servizio di una Chiesa che si spende per i giovani”. Tema, ha sottolineato il diacono Lolli, introdotto dalla prefazione del Vescovo Ivan intitolata “dare speranza ai giovani nostra speranza”.

I dati del Rendiconto 8xmille delle Diocesi dell’Umbria.

Sono 7,85 milioni di euro i fondi che le Diocesi umbre hanno ricevuto dal’8xmille nel 2024, di cui almeno il 50% destinali alla Carità. Ulteriori 4,56 milioni di euro sono arrivati nel territorio regionale per finanziare le opere di conservazione dei beni culturali e per l’edilizia di Culto; questi ultimi fondi non sono gestiti dalle Diocesi, ma dagli enti che attuano le opere: parrocchie, musei, ecc… Anche i fondi 8xmille, che nel 2024 ammontano a circa 9,14 milioni di euro e che contribuiscono al sostegno dei 658 sacerdoti dell’Umbria, giungono direttamente ai sacerdoti attraverso l’Istituto centrale per il sostentamento del clero e quindi non passano dalle Diocesi. In totale in Umbria, direttamente o indirettamente, sono pervenuti 21,55 milioni di euro derivanti dall’8xmille nel 2024.

Le Diocesi hanno collaborato per rendere ancora più tempestiva e trasparente la loro rendicontazione – ha commentato Lolli –. Il rendiconto, sotto forma di un’agile brochure, oltre ai dati di dettaglio degli anni 2023 e 2024 di ogni singola Diocesi, contiene molte pagine infografiche che illustrano e comparano i dati nazionali e regionali nelle specifiche dei vari capitoli di spesa. Nella sezione dedicata alle singole Diocesi – ha precisato –, i dati di rendiconto vengono specificati nelle voci di dettaglio e accompagnati da una relazione dell’economo diocesano”.

Video-interviste presentazione Rendiconto 8xmille 2024 delle diocesi umbre

Umbria / “La Chiesa, i giovani e il ruolo dell’8xmille” nel Rendiconto 8xmille 2024

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Il sostegno economico alla Chiesa cattolica e il suo impegno per i giovani saranno al centro della presentazione alla stampa del Rendiconto 8xmille del 2024 delle Diocesi umbre che si terrà il prossimo 22 marzo alle 10.30 a Perugia presso la Sala del Dottorato (chiostro della Cattedrale di San Lorenzo).

L’iniziativa, dal titolo 8xmille: al servizio di una Chiesa che si spende per i giovani, sarà un’importante occasione per riflettere sul come la Chiesa spende le risorse economiche affidatele dai contribuenti. All’incontro interverrà Mons. Ivan Maffeis, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente del Comitato nazionale per il sostegno economico alla Chiesa. Accanto a lui, Daniele Fiorelli, economo della Conferenza episcopale umbra (Ceu), Daniele Morini, giornalista e il diacono Giovanni Lolli, delegato regionale per il Sovvenire in Umbria.

Uniti nel Dono / Gli angeli di Campobasso, perché nessuno sia solo

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Il signor Mario è anziano, ma non ricorda esattamente quanti anni abbia. Ha problemi di coagulazione del sangue e le sue mani sono sempre livide. «Avete una pomata?», ha chiesto una volta a una volontaria. E la crema è stata presa apposta per lui. La signora Rosa, invece, non aveva mai visto il mare e così un’altra volontaria ha esaudito il suo desiderio: l’ha portata in spiaggia, in gita insieme ad altri anziani. Adam è arrivato dalla Polonia, si appoggiava a dormire di qua e di là, a una volta da un conoscente, una volta in una roulotte. Aveva problemi di alcolismo ma, grazie al supporto dei volontari, è riuscito a uscirne e addirittura a prendere un piccolo appartamento in affitto. I nomi sono di fantasia, ma le loro storie no. Seppure diverse, tutte raccontano la stessa cosa: queste persone bisognose non hanno incontrato semplici volontari, ma dei veri e propri “angeli” che si sono presi cura di loro. Si chiama infatti “Casa degli Angeli”, il centro servizi della Caritas dell’arcidiocesi di Campobasso – Bojano frequentata da Mario, Rosa, Adam e tanti altri come loro.

Inaugurata da Papa Francesco

A inaugurarla, il 5 luglio del 2014, fu Papa Francesco. Era presente Maria Antonietta Evangelista, tra i responsabili della mensa della Casa degli Angeli, che ospita anche un dormitorio e un emporio solidale. In cantiere pure l’apertura un ambulatorio sanitario. «La mensa è attiva tutti i giorni per il turno del pranzo – racconta Evangelista –. I volontari arrivano alle 9 e vanno via attorno alle 14. Il servizio comprende la preparazione dei pasti, la somministrazione e la pulizia. I gruppi di volontari cambiano attraverso una turnazione mensile. Chi viene a mangiare alla mensa non può fare la spesa all’emporio, e viceversa. In questo modo riusciamo a garantire aiuti per più persone». Ai tavoli della mensa siedono, per la maggior parte, italiani. Anziani che non sono in grado di prepararsi da mangiare o di fare la spesa, senza fissa dimora, uomini e donne divorziati che non sono riusciti a riprendersi. «C’è un po’ di tutto – confessa don Franco D’Onofrio, direttore della Caritas dell’arcidiocesi di Campobasso-Bojano –. Gli immigrati prima erano più numerosi, ma adesso ce ne sono di meno».
Frequentano di più l’emporio, dove possono fare la spesa e poi cucinare a casa propria. «Tanti sono i giovani argentini – rileva il sacerdote –. C’è stata una sorta di immigrazione di ritorno: i nonni di questi giovani dal Molise sono partiti per andare a cercare fortuna in Sud America e adesso, a causa della crisi economica, i loro pronipoti stanno tornando in Italia. Li aiutiamo molto anche per i documenti».

Cibo per il corpo e per l’anima

Nella Casa degli Angeli, insomma, il cibo non è la portata principale. «Cerchiamo di mettere in pratica quello che ci dice don Franco – sottolinea Maria Antonietta –: dar da mangiare non solo al corpo ma anche allo spirito, chiacchierare con i bisognosi, intrattenersi con loro, capire come stanno vivendo in questo momento». A tanti ospiti, ad esempio, viene preparato anche un panino da portare via, per mangiarlo a cena.

Piccoli gesti di attenzione che possono fare la differenza. Ne è convinto don Franco D’Onofrio, che guida la Caritas dell’arcidiocesi da diciannove anni. «Oltre i normali servizi che svolgevamo, ci siamo resi conto che serviva un punto, una sorta di “sos sociale”, che fosse caratterizzato dalla pedagogia dei fatti. Un luogo dove fare e vivere il servizio» – ricorda. Così è nata la Casa degli Angeli, da «un vecchio asilo dismesso che il Comune ci ha dato in comodato d’uso gratuito». Grazie ai fondi dell’8xmille, è stato «reso fruibile con mensa, dormitorio, miniappartamenti, docce, servizio lavanderia e anche l’emporio – racconta –. Attualmente stiamo lavorando con il Comune per aprire anche un presidio sanitario, dove dei professionisti del settore offriranno la propria opera gratuitamente». Perché la Casa degli Angeli «si mantiene solo grazie ai volontari: prima del Covid circa 570 volontari – prosegue D’Onofrio –; durante il Covid, invece, facevamo soltanto l’asporto ed eravamo pochissimi, mentre ora ci sono circa 300 volontari coinvolti. La Casa si mantiene anche grazie alla vicinanza della città, perché le imprese, le aziende e le istituzioni ci sono molto vicine e ci aiutano con donazioni e altro».

(unitineldono.it, articolo di Giulia Rocchi – foto gentilmente concessa da don Franco D’Onofrio)

Ravenna-Cervia / Un “ABC” dell’8xmille diocesano per le famiglie

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Il parroco di origine polacca della parrocchia di San Rocco a Ravenna, don Paolo Szczepaniak (per tutti don Paolino), ha chiesto al referente parrocchiale di realizzare un volantino che porterà personalmente a tutte le famiglie che incontrerà porta a porta durante le benedizioni pasquali (in allegato).

Insieme alla Diocesi è stata creata una sorta di ABC dell’8xmille con i dati del territorio diocesano ed è presente anche un qrcode che riporta un video della Chiesa ti Ascolta sulla distribuzione dei fondi nella Diocesi.

Uniti nel Dono / Crema, l’oratorio di Offanengo, casa di tutti e per tutti

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Alle porte di Crema, l’oratorio San Giovanni Bosco di Offanengo è un luogo di accoglienza e vitalità, divenuto punto di riferimento per giovani e adulti della comunità locale. Situato di fronte alle scuole elementari e medie, a due passi dalla parrocchia di Santa Maria Purificata, l’oratorio, aperto tutti i pomeriggi e le sere, si distingue per la varietà delle sue proposte, grazie anche alla guida del giovane vicario parrocchiale, don Nicholas Sangiovanni.

“La mia vocazione la devo anche ad un parroco meraviglioso, don Elio Ferri – racconta don Nicholas Sangiovanni su unitineldono.it – che ho conosciuto quando avevo 9 anni e che è scomparso sei anni fa per una malattia fulminante: un prete che ha lasciato un ricordo indelebile con il suo esempio e la sua dedizione”. Una traccia che si è consolidata nella missione sacerdotale del don, uno dei più giovani tra i 71 sacerdoti della diocesi, e che si traduce nella fucina di attività dell’oratorio, frequentato ogni giorno da numerosi bambini e ragazzi.

Classe 1990, originario di Scannabue (Cr), don Nicholas, ordinato nel 2017, ha assunto il suo incarico a Offanengo nel 2020, in piena emergenza pandemica. Nonostante le difficoltà di quel periodo, è riuscito rapidamente a conquistare la fiducia delle famiglie e dei ragazzi.

Il giovane don ha riaperto l’oratorio dopo il lockdown, con impegno e dedizione, rendendolo di nuovo un luogo di aggregazione con il coinvolgimento dei volontari, molti dei quali pensionati, che mettono a disposizione il loro tempo per supportare le attività. Tra le iniziative più significative figura un doposcuola rivolto a 40 bambini, dalla seconda alla quinta elementare, il 90% dei quali di origine straniera.

Ai ragazzi viene dedicata tutti gli anni la “Settimana dell’Oratorio”, che si svolge il 31 gennaio in occasione della tradizionale festa di san Giovanni Bosco. Aperta anche ai giovani delle altre due parrocchie di Bottaiano e Ricengo, che compongono l’unità pastorale “Emmaus”, una delle 17 in cui è suddivisa la diocesi, è un’iniziativa che coinvolge l’intera comunità. “I protagonisti sono soprattutto una ventina di liceali e universitari che si trasferiscono per una settimana in parrocchia per studiare tutti insieme nel pomeriggio e per ‘fare casa’ – spiega don Nicholas -. I volontari accolgono a colazione, dalle 7 alle 9, circa 100 famiglie che tutte le mattine si fermano per prendere un caffè e pregare qualche minuto nella bella cappella al primo piano dell’edificio”.

Lo sguardo verso il futuro si concentra ora su nuove sfide, come l’educativa di strada. “Anche in un piccolo centro come Offanengo si riscontrano situazioni di disagio giovanile – conclude don Nicholas – con ragazzi che talvolta faticano a rispettare le regole sia in oratorio che al di fuori, compiono atti di vandalismo e assumono alcol e droghe. Da oltre un anno collaboriamo con il Comune, le forze dell’ordine e educatori professionisti, che, attraverso uscite settimanali sul territorio, si impegnano a raggiungere questi gruppi, cercando di costruire una relazione di fiducia, fondata principalmente sul dialogo e sull’ascolto, per aiutarli a riflettere e a sviluppare una maggiore consapevolezza e responsabilità”.

Sul territorio sono tanti i sacerdoti impegnati in prima linea. Lo spiega la nuova campagna istituzionale della CEI dal claim “Chiesa cattolica italiana. Nelle nostre vite, ogni giorno”.

Nell’Italia di oggi, se non ci fosse la Chiesa con la sua rete solidale e il lavoro straordinario svolto da migliaia di volontari, ci sarebbe un vuoto enorme. Con la campagna – spiega il responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni – vogliamo raccontare il valore tangibile di questa presenza nella vita di tante persone, cattoliche e non”.

Uniti nel Dono / A Ferrara, in parrocchia c’è una luce che fende il buio

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Lungo l’asse nord-sud, proprio al centro della chiesa, allineata all’altare e alla croce, è collocata sul pavimento una meridiana. Una linea di piastrelle attraversate, a metà giornata, dalla luce del sole che entra dallo gnomone, un foro che sta esattamente sopra l’altare. “Abbiamo voluto questa meridiana – spiega don Michele – per ricordare che la bellezza del volto di Dio entra nella nostra storia. In questo quartiere ci sono 7000 residenti e, tra loro, più di 1100 persone vivono da sole: per lo più anziani, vedovi e vedove che aspettano qualcuno che porti loro la luce di una presenza semplice, di umanità. Il Signore illumina tutti quei genitori che vogliono bene ai bimbi, quelle persone che assistono gli anziani in un modo eroico. Tutte le forme di associazioni, volontariato, solidarietà, sono frutto di una illuminazione dello Spirito. Se uno ha questa attenzione, lo stupore è quotidiano e infinito”.

Cinquantotto anni, quasi trenta vissuti da sacerdote, don Michele Zecchin è stato scelto come presidente della nuova unità pastorale del Corpus Domini e di S. Agostino, eretta un anno fa dall’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Perego, per dare nuovo impulso alle parrocchie situate nella prima periferia a sud-ovest di Ferrara e perseguire in modo sinodale una nuova evangelizzazione. “Credo che la cosa più importante – aggiunge don Michele – sia l’onore di comunicare Gesù Cristo, essere un aiuto per le persone a cogliere la luce che è Gesù per la loro maturità umana. Io ho scoperto nella mia vita che il messaggio del Vangelo era l’annuncio della possibilità di una umanità bella, matura, equilibrata: quella che ha vissuto Lui”.

Una umanità che, in questa unità pastorale, abbraccia veramente tutte le fasce d’età. Chiara, ad esempio, coi suoi 16 anni, è il membro più giovane del consiglio pastorale. “Insieme al parroco – racconta – prendiamo decisioni che riguardano la vita di tutta la parrocchia. La parrocchia per me è il mio posto sicuro. Dobbiamo cambiare la visione del prossimo: se tutti iniziassimo a guardare l’altro prima di noi stessi, il mondo sarebbe un posto migliore per tutti. Don Michele ha segnato molto la mia crescita, mettendo in me dei valori e delle idee che non mi sarebbero potuti arrivare da nessun altro”.

Anche Arianna, 19 anni, fa la volontaria della Caritas parrocchiale. “Quando siamo arrivati io e un altro ragazzo della mia età – ci dice – i volontari della Caritas ci hanno fatto una gran festa perché non c’erano altre persone sotto i cinquant’anni ed è stato bello essere accolti così. Qui non importa quanti anni hai: importa se hai voglia, tempo e cuore per renderti disponibile per una cosa così bella”.

“Don Michele – aggiunge poi pensando al parroco – è prima di tutto un amico ed è sempre disponibile, sempre sul pezzo, non solo per me ma per tutte le persone che sono qui: questa è la cosa che più mi sconvolge, questa sua cura e questo affetto per ciascuno. Ma anche in tante altre persone che sono qui ho trovato delle guide, delle persone da seguire: ho imparato a prendere in ognuno di quelli che incontriamo delle cose belle, preziose.”

E di testimonianza parla anche Nicola, uno dei responsabili dell’Azione Cattolica: “La parrocchia mi ha salvato, mi ha dato l’opportunità di capire che avevo dei talenti e di metterli in gioco. La testimonianza va sempre legata a un discepolato e i pastori che si sono susseguiti in questa comunità ce lo hanno insegnato, consolidando allo stesso tempo uno stile di apertura e accoglienza, per il quale siamo loro grati”.

Tra le catechiste, Valentina ci regala l’immagine più suggestiva: “La nostra parrocchia è un punto di riferimento per il nostro quartiere, un abbraccio che ci aspetta sempre, ogni volta che ci incontriamo. È un punto d’incontro tra realtà anche molto diverse e don Michele è la personificazione del pastore: conosce tutti per nome, ha sempre un sorriso per tutti, ha disponibilità e un cuore grande e per noi ha una guida importante per condividere anche le nostre passioni. Ci sa ascoltare”.

Ma chi ti lascia veramente a bocca aperta è Ada, una volontaria cui daresti settant’anni e che invece ne ha venti di più: “La parrocchia è una seconda casa per me, sono felice di aiutare la comunità e i sacerdoti perché c’è sempre bisogno del nostro aiuto: nella preghiera, nel lavoro della pulizia della chiesa, tantissime cose… Anche fisicamente questa esperienza mi ha fatto bene: sono trent’anni che sono in pensione e ancora sono qui che aiuto. Per me è proprio un dono del Signore”.

“Attraverso l’amicizia – aggiunge Matilde, altra volontaria – e grazie alla reciproca conoscenza, le barriere cadono. Ti rendi conto che i tuoi sentimenti sono simili a quelli dell’altra persona e confrontarti con altre religioni ti fa conoscere meglio la tua, conoscere meglio te stesso”.

Le fa eco Alberto, educatore dell’Associazione Arcobaleno ma anche presidente diocesano dell’Azione Cattolica: “Questo è un quartiere estremamente dinamico per cui abbiamo avuto molta immigrazione italiana, interna, e adesso abbiamo molta immigrazione straniera. La parrocchia non sono solo le quattro mura della chiesa e della canonica: la parrocchia è il territorio e quindi bisogna farsi carico di tutte le realtà che sono sul territorio. A noi si rivolgono anche molte famiglie straniere, anche se di fedi diverse, perché siamo l’unico centro che le ascolta: c’è da pagare una bolletta, non sanno in quale ufficio bisogna fare un certo documento… spesso su questo territorio siamo l’unica agenzia che si occupa della gente”.

In parrocchia, infatti, incontriamo anche Hassan, un libanese musulmano che fa il volontario qui, senza paura. “Vengo dal Libano – ci racconta – un paese in cui religioni diverse convivono, e il parroco mi ha invitato a portare questa testimonianza. Trovare le persone con il dialogo, parlare di religione, cultura, di un modello sociale, ci ha permesso di avvicinare le famiglie del quartiere.

La violenza non ha nulla a che fare con la religione: né quella musulmana, né quella ebraica, né quella cristiana.

Sono tre religioni di pace e questo mi ha unito immediatamente con don Michele. Con lui è possibile parlare di tutto, di qualsiasi problema, sapendo che è una persona che ti ascolta a braccia aperte: è una persona di riferimento per tutto il quartiere e anche per le altre religioni, famiglie cristiane o musulmane. Per noi è stata una gran soddisfazione vedere le persone incontrarsi in pace, senza anteporre le differenze alla stessa umanità”.

(unitineldono.it – Testo, immagini e video di Giovanni Panozzo)

Calabria / Un convegno su Un Prete libero per una Chiesa povera per seminaristi e giovani sacerdoti

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Un Prete libero per una Chiesa povera sarà il tema di un incontro di formazione per seminaristi e giovani sacerdoti della Calabria che si svolgerà il 7 e 8 marzo presso il Seminario Regionale San Pio X di Catanzaro su iniziativa della Commissione Sovvenire della Conferenza Episcopale Calabra ed ha l’obiettivo di approfondire il tema del sostegno economico della Chiesa e della gestione delle risorse al servizio del Vangelo.

L’iniziativa nasce dall’esigenza – si legge in una nota – di formare i futuri presbiteri alla consapevolezza delle responsabilità derivanti dagli aspetti economici ed amministrativi del loro futuro ministero sacerdotale, tenendo presente anche il valore della corresponsabilità dei fedeli.

Come evidenziato da Mons. Stefano Rega, Vescovo di San Marco Argentano-Scalea e delegato del Sovvenire, nella lettera di invito, questo incontro rappresenta “un’opportunità unica per i nostri giovani sacerdoti e seminaristi affinché possano comprendere come la Chiesa sia chiamata a sostenersi in maniera trasparente e condivisa, senza mai distogliere lo sguardo dalla sua missione evangelizzatrice”. Il presule esprime il desiderio che “tutti i seminaristi e i giovani sacerdoti possano cogliere questa occasione di formazione, così da acquisire maggiore consapevolezza sulle dinamiche economiche della Chiesa e sul loro ruolo fondamentale nella promozione di un sostegno responsabile e partecipato”.

Le due giornate saranno scandite da momenti di ascolto, riflessione e laboratori pastorali. Il 7 marzo, dopo l’accoglienza prevista nel pomeriggio, i lavori si apriranno con i saluti di don Mario Spinocchio, Rettore del Seminario San Pio X di Catanzaro, seguiti dall’intervento di Mons. Stefano Rega, che introdurrà i temi dell’incontro. Seguiranno gli interventi di don Claudio Francesconi, economo della CEI, che parlerà della gestione delle risorse della Chiesa a servizio del Vangelo, e Claudio Malizia, Direttore Generale dell’Istituto Centrale Sostentamento Clero, che illustrerà il funzionamento del sistema di sostentamento del clero. La giornata si concluderà con una riflessione sul ruolo centrale dei presbiteri e delle comunità nel sostegno economico della Chiesa, a cura di Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio Promozione Sostegno Economico della CEI. L’8 marzo si aprirà con la celebrazione della Santa Messa, presieduta da Mons. Claudio Maniago, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace.

A seguire, tre videomessaggi sul tema del sostegno economico della Chiesa cattolica, con gli interventi di Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, su L’attuale sistema di sostegno economico alla Chiesa in Italia alla luce della riforma concordataria; Mons. Erio Castellucci, Vice Presidente della CEI, su Una Chiesa Povera per i poveri. Un prete libero per servire; Mons. Domenico Pompili, Presidente della Commissione Episcopale Cultura e Comunicazioni Sociali, su Il Sovvenire. Le parole chiave per una comunicazione di valore.

A seguire, i partecipanti prenderanno parte ai laboratori pastorali, che verranno presentati ufficialmente prima della chiusura dell’incontro.

Uniti nel Dono / Carlo Conti: “L’eredità della mia mamma: fede e onestà”

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Su Uniti nel Dono Carlo Conti, mattatore del Festival di Sanremo 2025, apre il cassetto dei suoi ricordi: una mamma che gli ha fatto anche da padre, i sacerdoti importanti della sua vita, le nozze con Francesca e l’arrivo di Matteo che lo hanno cambiato, segnando anche le sue scelte professionali. Per vivere a Firenze, con la sua famiglia, ha lasciato la conduzione de “L’eredità”.

Cominciamo dalle radici, dalla sua famiglia d’origine. Papà Giuseppe che muore quando lei ha solo un anno e mezzo e una grande mamma, Lolette, che deve fare da madre e da padre. Lei ha raccontato che è a sua madre che deve il dono della fede. Quali sono i ricordi più cari, in questo senso, che porta nel cuore?

L’esempio che mi ha dato, i valori che mi ha trasmesso, come ad esempio il rispetto degli altri, il guardare sempre il bicchiere mezzo pieno e non considerarlo mezzo vuoto, l’accontentarsi, il fare tutto con grande onestà. I due pilastri fondamentali sono proprio questi, in fondo: il rispetto e l’onestà. Anche nei confronti di sé stessi, non solo degli altri; quell’onestà che ti fa riconoscere i tuoi limiti e che ti fa capire cosa puoi e cosa non puoi fare. Quando in noi qualcosa non va bene tendiamo sempre a dare la colpa gli altri e invece la mamma mi ha insegnato che bisogna essere onesti con sé stessi. E poi naturalmente la fede. Quando il mio babbo è morto la mamma mi diceva sempre che le erano rimasti solo gli occhi per piangere. Economicamente doveva ripartire da zero perché aveva speso molto per le cure per il babbo. Rientrando dal funerale, con questo bambino di 18 mesi in braccio, sola, istintivamente aprì la cassetta delle lettere e ci trovò 500 lire, che le diedero la forza di ripartire in qualche modo e di rimboccarsi le maniche. Lei mi ha sempre detto che gliele aveva fatte trovare santa Rita, la santa degli impossibili, alla quale era particolarmente devota.

La sua crescita è stata legata a doppio filo con i francescani, ma ci sono anche altri sacerdoti che nella sua vita hanno lasciato un segno importante. Le dico tre nomi: padre Artemio, don Giovanni Martini e don Tito Testi. Ci regala qualche “istantanea” di queste tre persone?

Padre Artemio era il viceparroco della parrocchia francescana di Montughi, a Firenze, dove era parroco padre Stanislao. Lì mi sono formato per la comunione e per la cresima e mi ricordo le tante messe che ho servito. Anzi c’era proprio il torneo dei chierichetti e in sacrestia c’era un tabellone dove chi serviva più messe collezionava più crocette (ride, ndr). Io non ho mai vinto ma mi piazzavo sempre bene! Padre Artemio ci regalò, al ritiro della prima comunione, un piccolo Vangelo che ancora custodisco nel cassetto del mio comodino, e sulla prima pagina ci fece scrivere “Io sono di Cristo”.

Don Giovanni è un prete straordinario. È un uomo molto sanguigno, un “fiorentinaccio”, tifosissimo della Fiorentina e perfino cappellano della squadra. La nostra amicizia risale a quando lo incontrai in tribuna d’onore al Franchi, ancora ai tempi di Cecchi Gori. Era di una parrocchia vicina alla mia casa ed è lui che mi ha sposato e ha battezzato mio figlio Matteo. Insomma, è un po’ il padre spirituale della nostra famiglia.

Don Tito, infine, l’ho conosciuto a un matrimonio, sul monte Amiata. Allora era lassù, a Castell’Azzara ma poi è stato trasferito ad Orbetello. Ricordo di essere andato a trovarlo e a parlare con i suoi ragazzi, e a volte lo vedo quando vado a pescare in laguna, dove sono amico di molti pescatori. È un uomo vero, un prete “in trincea”, immerso nella realtà del quotidiano. Una cosa che mi fa ridere moltissimo sono le sue telefonate: magari è in pullman con i malati dell’Unitalsi, oppure a una cena con 500 persone… prende il telefono, mi mette in viva voce e mi fa salutare tutti, appoggiando il microfono al suo telefono, e poi chiede un applauso. Nella sua semplicità, è una cosa bella che faccio sempre volentieri.

Una cosa colpisce andando a ripercorrere gli inizi della sua carriera artistica: a 25 anni lascia la sicurezza di un posto in banca, ben remunerato, per inseguire i suoi sogni e scommettere sulle sue qualità. Cosa si sente di consigliare ai giovani di oggi che sono in cerca della propria realizzazione?

Sai, oggi è tutto più difficile anche se non c’è più la rincorsa al posto fisso, come ci poteva essere allora. La mia mamma aveva fatto mille lavori per potermi mantenere agli studi e puoi immaginare con quanto sollievo avesse accolto quel mio “posto fisso” in banca. Quando improvvisamente le dissi che mi sarei licenziato… quasi svenne. Appena si riprese, però, si rese conto che stavo inseguendo il mio sogno e mi stimolò anche in questo, responsabilizzandomi e dicendomi: “Se non ci credi tu, in questa cosa… chi ci deve credere?”. Ai ragazzi posso dire di credere sempre nei propri sogni e soprattutto di non piangersi mai addosso, attribuendo ad altri i propri fallimenti. Dobbiamo sempre riconoscere i nostri limiti e cercare di migliorarci e di arrivare al massimo delle nostre possibilità.

Tra il 2012 e il 2014 la sua vita personale cambia in modo decisivo: da scapolo impenitente arriva al matrimonio con Francesca e poi c’è la nascita di Matteo. Cosa rappresenta oggi per lei la sua famiglia? Cosa vorrebbe trasmettere di più prezioso a suo figlio?

La famiglia per me è il centro di tutto e io sono solito dire, scherzando, che “tutto il resto fa volume”. Per la mia famiglia ho fatto anche scelte professionali importanti: ho lasciato “L’eredità”, un programma quotidiano, per poter vivere a Firenze e stare più con Francesca e Matteo. Le mie gioie sono portare a scuola mio figlio, trovarci a cena la sera e chiacchierare, giocare insieme o arrabbiarci se guarda troppo l’I-pad, andare a fare la spesa insieme: le cose piccole sono quelle che riempiono di più il cuore se le fai con le persone che ami. Io e mia moglie cerchiamo di trasmettere a Matteo i valori che abbiamo ricevuto dai nostri genitori. La fede, ad esempio, come facciamo andando a messa la domenica insieme a nostro figlio. Ma anche l’onestà, il rispetto e il sapersi migliorare: non per competere con gli altri ma per sé stessi.

Per la quarta volta quest’anno il festival di Sanremo è stato affidato alla sua conduzione e alla sua direzione artistica. Non si tratta solo di un evento di spettacolo e intrattenimento: in Italia è un pezzo importante della cultura e della vita del Paese. Quanto sente questa responsabilità?    

La direzione artistica di Sanremo comporta tre diversi tipi di responsabilità. Innanzitutto, si tratta di regalare svago e leggerezza, visto che succede con Sanremo lo stesso fenomeno che si verifica quando gioca la Nazionale: in quel momento siamo un po’ tutti tifosi… In secondo luogo, si cerca di far arrivare qualche buon messaggio o qualche testimonianza significativa, come a me è già capitato in altre occasioni (ricordo quando ho ospitato Sammy Basso, ad esempio, oppure anche Ezio Bosso, o quando ho fatto venire la protezione civile e i volontari che si erano spesi per i terremotati). Il terzo tipo di responsabilità sta nel saper selezionare bene le canzoni, in modo che possano piacere ad un pubblico il più possibile ampio, regalando sorrisi, emozioni, divertimento. Con la speranza che poi possano rimanere negli anni!

Intervista di Stefano Proietti – Foto Ufficio Stampa RAI