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Su corriere.it/buone-notizie è stata pubblicata un’intervista al Segretario Generale della CEI, Mons. Giuseppe Baturi, in occasione della Milano Civil Week 2025 sul tema L’Europa siamo noi – La cittadinanza attiva per un presente di pace e solidarietà. La festa-evento della cittadinanza attiva e solidale promossa da Corriere della Sera-Buone Notizie, Comune di Milano e Forum del Terzo Settore di Milano, in collaborazione con CSV Milano, dà appuntamento dall’8 all’11 maggio a Palazzo Giureconsulti, piazza Mercanti 2, con incontri, laboratori, dibattiti e momenti di spettacolo che serviranno a far circolare le esperienze e a condividere le buone pratiche.
Nell’intervista di Elisabetta Soglio, il Segretario CEI, tra le altre domande, risponde anche ad alcune sull’8xmille e come vengono i spesi questi fondi:
«Già nella legge istitutiva, frutto di una intesa fra la Santa Sede e lo Stato, si prevedeva che i fondi si potessero destinare alle esigenze di culto e pastorale, agli interventi caritativi nelle Diocesi e nei Paesi in via di sviluppo, al sostentamento del clero. Una quota importante, pari nel 2023 a 80 milioni, viene gestita dal Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli: nel 2023, appunto, sono stati approvati 440 progetti proposti da realtà ecclesiali di tutto il mondo. Ognuno è accompagnato dalla lettera di presentazione del vescovo e della Conferenza episcopale locale e viene valutato in base all’impatto e al coinvolgimento delle comunità locali, in particolare dei più poveri (anche in termini di qualità, correttezza, effettiva utilità per le persone cui si rivolge). Non vengono finanziati i costi di gestione dell’ente proponente, che anzi deve dimostrare di avere studiato dopo la fase di startup una sostenibilità economica e complessiva del progetto, anche a livello ambientale».
Dove intervenite in particolare?
«La metà dei progetti sono in Africa, anche nella guerra del Sud Sudan, poi abbiamo dato seguito a richieste giunte da Paesi del Medioriente e in particolare dai luoghi di guerra – penso alla Siria e al Libano – ma anche dall’America Latina, per esempio Haiti, e dall’Asia con il Myanmar».
E in Europa?
«In questi anni abbiamo concentrato gli aiuti soprattutto sull’Ucraina, per sostenere tramite le Caritas e le Chiese di quelle terre martoriate dalla guerra le strutture di assistenza ai bambini, i centri di riabilitazione per la disabilità, la formazione dei giovani, il supporto alle ragazze madri. La nostra idea di fondo è finanziare attività capaci di sviluppare una soggettività delle persone, in termini educativi, capaci di solidarietà e di protagonismo di comunità, anche sensibilizzando i nostri territori. Rifuggiamo la logica dei contributi a pioggia e dell’assistenzialismo, ma puntiamo sull’aiuto promozionale ai più poveri grazie alle Chiese locali e alle loro espressioni caritative, affinché ognuno faccia responsabilmente la sua parte».
C’è un calo nella scelta dell’8xmille?
«Dopo il Covid, quando le donazioni si erano concentrate sugli ospedali, abbiamo sentito un calo. Ma voglio precisare che questa quota di 80 milioni per i progetti viene comunque sempre garantita. Per noi le persone sono tali, non pedine di scacchiere di poteri, ed è per loro che noi lavoriamo».
Tema della trasparenza: come viene garantita?
«Torno a dire che i progetti vengono vagliati uno ad uno da una commissione di esperti, che poi verifica anche l’utilizzo dei fondi messi a disposizione. C’è un meccanismo di rendicontazione che segue l’erogazione fatta: questo perché siamo convinti che la Chiesa abbia una responsabilità storica soprattutto nelle situazioni di conflitto e nelle povertà più estreme e disperate. Noi non abbandoniamo nessuno».
