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Il presente Vademecum per la rendicontazione dell’8xmille è il risultato di un percorso di revisione e aggiornamento avviato dalla Conferenza Episcopale Italiana per rispondere alle trasformazioni normative, organizzative e tecnologiche che hanno interessato negli anni il sistema di rendicontazione.
A partire dalle prime disposizioni successive all’attuazione della Legge n. 222/1985, fino agli interventi più recenti, la CEI ha progressivamente rafforzato criteri di trasparenza, tracciabilità e responsabilità nell’utilizzo delle risorse. Negli ultimi anni, tali esigenze si sono ulteriormente accentuate, rendendo necessario un ripensamento organico delle procedure.
Per questo motivo, il 19 luglio 2024 è stato istituito presso la Segreteria Generale della CEI un Tavolo di lavoro sulla rendicontazione, composto da esperti con competenze amministrative, tecniche e pastorali. Il lavoro svolto si inserisce anche nel solco delle sollecitazioni emerse dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia, valorizzando la corresponsabilità e la cura delle risorse come dimensione ecclesiale.
Il testo in allegato, approvato dalla Presidenza della CEI il 25 febbraio 2025 e dal Consiglio Permanente il 24 marzo 2025, intende offrire uno strumento chiaro e condiviso a supporto delle diocesi per una gestione corretta e trasparente dei fondi dell’8xmille.
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Non solo aiuti economici, ma ascolto, accompagnamento e percorsi di reinserimento: è questo il quadro emerso nella nuova puntata di “Sovvenire in Radio”, dedicata alla Fondazione Antiusura Sant’Ignazio da Laconi della Caritas diocesana, attiva da oltre 25 anni in Sardegna.
Ospite il vicepresidente Bruno Loviselli che ha illustrato numeri e attività della Fondazione, che ogni anno realizza circa 300 colloqui e mette in campo interventi per circa 2 milioni di euro, grazie anche ai fondi dell’8xmille.
Dietro le richieste di aiuto non ci sono solo difficoltà economiche, ma fragilità sociali, familiari e lavorative. Per questo il sostegno non si limita al credito: la Fondazione offre consulenza, orientamento e supporto personalizzato con esperti bancari e legali.
Un ruolo centrale è quello dell’accesso al credito per chi è escluso dai circuiti tradizionali, con strumenti di garanzia che aiutano a prevenire il rischio usura. Grande attenzione anche alla formazione finanziaria, soprattutto tra i giovani, con progetti nelle scuole.
Tra le emergenze più rilevanti emerge la ludopatia, in crescita e spesso alla base dell’indebitamento. Per affrontarla, la Fondazione collabora anche con i servizi di salute mentale, integrando supporto economico e psicologico.
Tra le iniziative recenti c’è il microcredito “Mi fido di noi”, che offre prestiti da 500 a 8.000 euro a tasso zero per persone in difficoltà, attraverso parrocchie e centri d’ascolto.
Un modello che unisce risorse economiche e attenzione alla persona, con l’obiettivo di superare l’emergenza e ricostruire autonomia e dignità.
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Dal 17 al 19 aprile 2026, i 33 giovani creator digitali denominati “Shine Crew” hanno vissuto un weekend di formazione professionale presso l’Eremo del Santissimo Salvatore dei Camaldoli a Napoli, nell’ambito del progetto “Shine to Share”, del Servizio per la Promozione del Sostegno Economico alla Chiesa Cattolica (Spse) e del Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della Cei, guidati rispettivamente da Massimo Monzio Compagnoni e don Riccardo Pincerato.
Selezionati tra oltre cento candidati di un contest nazionale, i giovani digital creator provenienti da tutte le regioni ecclesiastiche d’Italia, hanno già alle spalle sei mesi di formazione e accompagnamento professionale curati dai docenti dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (Iusve) Nicolò Fazioni, Sara Lovato e Marco Sanavio, dopo una prima fase affidata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Il weekend partenopeo era, in questo senso, una tappa attesa: il momento in cui il lavoro fatto si misura con la realtà. A Napoli il percorso ha fatto un salto di qualità: sotto la guida del fotografo Giovanni Cocco, co-fondatore e direttore creativo di Ulilearn, i giovani creator hanno affrontato una sessione di lavoro professionale capace di trasformare la tecnica fotografica in una riflessione più profonda su cosa significhi realmente raccontare storie positive.
Con il coordinamento di Paolo Cortellessa e don Enrico Garbuio del Spse, i ragazzi si sono poi immersi in una caccia fotografica per i vicoli della città con un obiettivo preciso: riconoscere e immortalare storie e logiche del dono.
L’esperienza ha lasciato il segno, dentro e fuori. Sofia Toti, del Lazio, ha descritto con precisione ciò che molti hanno vissuto tra quei vicoli: “Siamo immersi ogni giorno in un flusso continuo di immagini, così veloce da rischiare di renderci ciechi. Eppure, a Napoli, qualcosa si è fermato o, forse, siamo stati noi a fermarci davvero. Educarsi all’immagine significa in fondo educarsi alla relazione”.
Laura Pagnini, dalle Marche, ha invece messo a fuoco la responsabilità di chi sceglie di comunicare: “È importante saper distinguersi e cogliere tutti i dettagli attraverso la nostra sensibilità, non tanto per “emergere”, ma perché ognuno è ‘prezioso’ a modo proprio”.
A suggellare il tutto il brano dei discepoli di Emmaus che ha guidato la riflessione della domenica, colta da Simone Colombo di Milano come uno specchio fedele di quanto vissuto in quei tre giorni: “In questi giorni a Napoli abbiamo sperimentato cosa vuol dire essere chiesa, quella compagnia di amici nella quale possiamo riconoscere la presenza del Signore Gesù. Questo è ciò che ci fa aprire gli occhi, come quando si coglie l’attimo in una foto”.
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Il sito dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie dà notizia di un segno concreto di speranza giubilare. Infatti, la Caritas diocesana di Trani lo scorso 11 aprile ha inaugurato una nuova mensa nei locali del Sacro Cuore in via Malcangi, intitolata a don Giuseppe Rossi, capace di offrire fino a sessanta pasti al giorno a persone in condizioni di fragilità.
La struttura nasce nell’ambito del progetto «Pranzo a casa mia», finanziato con i fondi dell’8xmille della CEI, e rappresenta un tassello del percorso voluto dall’Arcivescovo Mons. Leonardo D’Ascenzo, che fin dal suo arrivo ha posto al centro l’attenzione agli ultimi. La mensa sarà aperta quotidianamente, gestita da due dipendenti con il supporto di numerosi volontari parrocchiali.
Di seguito si riporta la dichiarazione dell’Arcivescovo che, a proposito della apertura della nuova sede della mensa, ha rilasciato al mensile diocesano In Comunione.
«Saluto con gioia la nuova mensa Caritas a Trani! Sì, nuova, non l’apertura di un servizio che prima non vi era, in quanto da anni e con il generoso apporto di volontari e volontarie delle parrocchie della città, essa era operativa stabilmente presso la parrocchia S. Giuseppe.
Questo servizio della Caritas diocesana, assieme ad altri, sarà erogato nel centro Caritas, in via Malcangi, quello accanto alla chiesa del Sacro Cuore, che nel tempo si è distinto quale luogo di accoglienza, di ascolto, di aiuto per tante persone nel bisogno non solo materiale. La struttura si presenta con nuovi ambienti e l’equipe che opererà all’interno di essa assieme ai volontari svolgerà compiti non solo operativi, ma formativi e sociali. Vorrei evidenziare alcuni elementi che ci aiutino ad inquadrare al meglio la nuova mensa e tutto il Centro Caritas.
Il primo è rappresentato dai fondi dell’8xmille alla Chiesa Cattolica, che ha reso possibile la realizzazione del progetto “Pranzo a casa mia 2026”, presentato a suo tempo dalla nostra Caritas diocesana e finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Il secondo è dato dalla stessa denominazione: l’obiettivo è quello di rendere questo luogo sempre più casa e famiglia, in cui chi vi si rivolgerà possa trovarsi a proprio agio, come a casa propria, accolto e amato.
Considero la realizzazione della mensa come uno dei frutti concreti del cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, e quindi della nostra Chiesa diocesana. Dopo l’ascolto delle diverse realtà e il discernimento, in atteggiamento di ascolto dello Spirito, è sembrato opportuno segnare questo nuovo passo.
Il progetto fu presentato nel 2025, l’Anno del Giubileo, per cui vogliamo collegare questa nuova realtà alla Speranza, non come vago sentimento di ottimismo, ma come segno che è possibile ciò che è giusto, buono, bello, bene!
In un mondo segnato da conflitti e guerre, da politiche divisive alla continua rincorsa al riarmo, questa mensa, nel proprio piccolo e in una specifica dimensione territoriale, vuole essere segno profetico – tale perché espressione nella storia dell’annuncio del Regno della Carità ad opera di Gesù – di un modo altro di investire risorse umane ed economiche nella realizzazione di progetti all’insegna dell’attenzione ai poveri, proprio come ci indica il Santo Padre Leone XIV a chiusura del suo messaggio per la quaresima 20026: «E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore».
Ringrazio di cuore quanti hanno contribuito alla progettazione e alla realizzazione della mensa “Pranzo a casa mia 2026”».
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Una necessità nata nell’emergenza sanitaria e proseguita per raggiungere persone in difficoltà e andare oltre il semplice pasto: il sistema delle “mense diffuse” realizzato dalla diocesi di Reggio Emilia-Guastalla è un ponte per costruire un percorso di accompagnamento a partire dai momenti di convivialità e di ascolto.
Destinate a chi è in povertà estrema, persone in difficoltà economica e migranti residenti sul territorio, le mense della Caritas di Reggio Emilia rappresentano un modo per stare accanto a quanti sono a rischio di esclusione sociale.
Il progetto, attivato grazie anche al contributo dei fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, è un segno tangibile di una solidarietà creativa.
“Tutto è nato con il primo lockdown quando – spiega Andrea Gollini, direttore della Caritas reggiana – abbiamo dovuto ripensare il servizio della mensa per esigenze organizzative per adeguarci a quelli che erano i vincoli normativi del periodo, attuando un grande lavoro organizzativo e formativo dei volontari e di accompagnamento delle persone nelle mense”.
“Gli ospiti– aggiunge Marco Colombo, responsabile dell’area alimentare della Caritas reggiana – sono quasi unicamente maschi con un’età media di 45-50 anni di cui 60% stranieri e 40% italiani. Oggi serviamo 100.000 pasti all’anno a circa 140 ospiti al giorno con un servizio che si articola nel pranzo in presenza e nella consegna dei pasti da asporto per la sera. In tal modo chi ha bisogno di sostegno può contare su un supporto alimentare quotidiano completo”.
Un processo esteso e condiviso di una comunità che ha sopperito alle criticità emerse nel corso dell’emergenza sanitaria – nel 2020, primo anno della pandemia, il numero di poveri assoluti in Italia aveva raggiunto la cifra record di 5,6 milioni di persone – e che ha saputo trovare delle soluzioni per non lasciare indietro nessuno. Sono aperte 365 giorni all’anno, anche a Pasqua e ad agosto, grazie ad un team di circa 300 volontari, suddivisi in squadre che si occupano delle singole mense diffuse. Queste sono articolate su sei diverse postazioni, di cui 5 presso locali parrocchiali e una collocata in un locale diocesano, con un unico centro di cottura.
In un ambiente familiare, gli operatori condividono alcuni momenti della giornata con gli ospiti: un aiuto gratuito che non si concretizza solo nella preparazione di un pasto, ma anche nel reinserimento della persona nel contesto sociale.
La Caritas diocesana organizza l’accesso tramite le Caritas parrocchiali e il centro d’ascolto diocesano, per valutare le reali esigenze e necessità dei richiedenti, ai quali viene rilasciato un tesserino personale.
“Grazie ai fondi dell’8xmille – sottolinea Marco Colombo – è stato possibile investire sull’idea delle mense diffuse con un grosso lavoro formativo di accompagnamento dei volontari, prime sentinelle che danno ascolto alle persone. L’8xmille è fondamentale perché non è solo una firma; dietro quel gesto ci sono storie, c’è un sostegno, una presa in carico, un accompagnamento. È importante avere cura di quest’azione del cittadino grazie alla quale si possono mettere in atto una serie di attività e servizi. Ormai il nostro si può considerare un vero e proprio modello ripreso da altre realtà sul territorio diocesano”.
Un sistema complesso per rispondere alla domanda di un bene primario come il cibo si struttura secondo un’organizzazione inappuntabile. “La mia giornata – racconta Paola Oleari, responsabile cucina – inizia alle otto del mattinoquando prepariamo le pietanze per tutte le mense presenti sul territorio. Le cibarie vengono inserite in appositi contenitori per mantenerle al caldo e poi consegnate agli autisti e quindi distribuite a tutte le mense”. L’impegno, tuttavia, è molto più articolato, perché, finita la consegna del giorno, già è tempo di pensare al pranzo del successivo. “Dalle 10 alle 14 – aggiunge la cuoca – prepariamo il menu del giorno dopo, così, quando alle 8 dell’indomani ci presentiamo in cucina, possiamo rispettare i tempi di consegna, visto che circa l’80% del lavoro è stato già fatto”.
Dal cibo all’ascolto si sviluppa un cammino che abbatte le barriere tra chi serve e chi è servito. “Di questa esperienza – prosegue Paola Oleari – mi resta impressa una frase detta da mio marito: ‘Non ti ho mai visto con uno sguardo così felice’. Ed è perché sono soddisfatta di coltivare una mia passione per persone che ne hanno bisogno: un’azione che non ha prezzo”. Una sensazione condivisa dal gruppo dei volontari. “La ricchezza più rilevante – conclude Marco Colombo – è costituita dal sentirsi parte di un cambiamento importante nel coinvolgimento delle persone, un percorso che mi sento di facilitare mettendo i volontari nelle condizioni di aiutare concretamente gli ospiti che incontrano quotidianamente”.
Dalle firme, nel 2025, sono arrivati 140 mila euro che hanno permesso di offrire un servizio stabile di mensa sociale con un regime ottimale di funzionamento che si attesta sui 140 pasti giornalieri. Le mense sono il luogo ideale per raggiungere gli ultimi, anche con sportelli di ascolto, occasioni di scambio e di condivisione, realizzati grazie alla disponibilità di operatori parrocchiali e volontari.
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Le parole che usiamo per parlare del sostegno economico alla Chiesa possono apparire tecniche e difficili. Molti termini legati alla firma dell’8xmille e alla donazione sono spesso usati in modo impreciso o dati per scontati.
A volte le parole vengono semplificate o fraintese. Spesso non ne conosciamo realmente il significato o lo travisiamo. Per questo è stato realizzato il gioco Nessun Tabù: un invito a conoscerle meglio, comprenderne il significato e riflettere sul valore concreto del sostegno alla comunità parrocchiale.
Il gioco può essere utilizzato in classe, nei gruppi, durante incontri formativi o in famiglia. È uno strumento semplice ma strutturato, pensato per favorire il confronto e stimolare domande. Giocando si scopre che molte cose non sono come sembrano: conoscere le parole aiuta a comprendere le scelte e i gesti di chi oggi si impegna a sostenere la Chiesa. Inoltre, Nessun Tabù ti invita ad andare oltre i luoghi comuni e a scoprire cosa c’è davvero dietro queste parole.
Tre giochi. Un’unica sfida: capire giocando. Perché dietro ogni parola c’è una scelta, e dietro ogni scelta c’è un modo concreto di prendersi cura della comunità.
Verba Volant – Fai indovinare alla tua squadra le parole misteriose senza pronunciare quelle proibite, per scoprirne il significato autentico.
Memento – Abbina volti e simboli: ogni personaggio trova il suo ruolo. Un gioco di memoria per riflettere sulla comunità parrocchiale e su chi la rende viva.
Delineo – Ricomponi il mosaico: ogni tessera del puzzle è fondamentale. Solo unendo tutti i pezzi insieme l’immagine prende forma.
Nessun Tabù è stato ideato dal Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica come strumento didattico e divulgativo. Se ti è venuta voglia di provarlo con il tuo gruppo, in parrocchia o con gli amici, c’è una buona notizia: puoi richiederlo gratuitamente scrivendo a sovvenire@chiesacattolica.it. Basta una email per iniziare a giocare…e magari scoprire qualcosa in più sul valore del sostegno economico che rende possibile la missione della Chiesa.
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Non basta rispondere ai bisogni, occorre interrogare le cause che generano povertà, esclusione e disuguaglianze. È questa la prospettiva al centro del 45° Convegno nazionale di Caritas Italiana, a Sacrofano, presso “Fraterna Domus”, via Sacrofanense 25, da giovedì 16 a domenica 19 aprile 2026. Titolo: Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Is 1,17). Un evento che riunisce circa 600 tra direttori e collaboratori delle Caritas diocesane italiane (programma).
Tra i partecipanti al Convegno nazionale di Caritas Italiana anche Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la Promozione del Sostegno Economico alla Chiesa della CEI.
Nel suo intervento intitolato “Sostegno economico. Obiettivo autosufficienza. Una storia da realizzare e raccontare insieme”, ha invitato a riflettere su cosa significhi, oggi, sostenere economicamente la Chiesa e sul ruolo che ogni cittadino può avere in questo percorso offrendo una riflessione sul valore e sulle prospettive del sostegno economico.
Riprendendo un passaggio centrale del Convegno Caritas del 1976 — «La promozione umana è una dimensione costitutiva del messaggio evangelico di salvezza» — Monzio Compagnoni ha ricordato come il sostegno economico non possa essere ridotto a un semplice meccanismo finanziario. È piuttosto uno strumento che rende possibile il bene, mettendo al centro la persona e la comunità.
Nel suo intervento ha ribadito che il denaro è sempre un mezzo e mai un fine e ha tracciato una panoramica sull’8xmille. Dal 1990 a oggi sono stati distribuiti circa 30 miliardi di euro: 12 miliardi destinati alle esigenze di culto, 11 miliardi al sostentamento del clero e 7 miliardi a opere di carità in Italia e nei Paesi in via di sviluppo.
Negli ultimi anni, tuttavia, si è registrata una significativa flessione delle firme. La percentuale è passata dall’89% nel 2005 al 66,2% nel 2024. Tra le cause, secondo Monzio Compagnoni, incidono l’aumento della secolarizzazione, un’immagine della Chiesa percepita come in continuo cambiamento e la diffusione di luoghi comuni che ne offuscano il ruolo.
Un altro dato rilevante riguarda la partecipazione dei fedeli: il 45% dei praticanti non esprime alcuna scelta in merito all’8xmille. Proprio per questo il responsabile CEI ha invitato a diventare “ambasciatori” del sostegno economico alla Chiesa, sottolineando che sostenerla significa partecipare in modo corresponsabile alla sua missione.
Guardando al futuro, Monzio Compagnoni ha auspicato un’evoluzione nelle modalità di sostegno, con l’obiettivo di far diventare le risorse dell’8xmille non più strutturali e ordinarie, ma sempre più straordinarie. In chiusura, ha infine presentato un nuovo modello di sostegno e comunicazione, attualmente in fase di sperimentazione, pensato proprio per avvicinare e coinvolgere maggiormente le persone.
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Con la nuova campagna dell’8xmille alla Chiesa cattolica, on air dal 12 aprile, il racconto dell’impegno quotidiano della Chiesa accanto ai più fragili passa anche da Siracusa. Tra le esperienze protagoniste c’è Villa Mater Dei, centro di accoglienza straordinaria sulle alture di Belvedere, gestito dalla Fondazione Sant’Angela Merici.
In nove anni ha registrato 1.186 presenze e ha accompagnato centinaia di persone in percorsi di seconda accoglienza. Grazie ai fondi dell’8xmille è stato possibile, tra gli interventi, ristrutturare la mensa e rafforzare servizi educativi e sociali, trasformando la struttura in uno spazio di relazione e crescita. Un modello di accoglienza diffusa che, nel segno della dignità e della reciprocità, traduce la firma dei contribuenti in servizi concreti e in nuove opportunità di vita.
La struttura, nata nel 2017 su impulso dell’arcidiocesi di Siracusa, accoglie oggi 64 ospiti, in prevalenza migranti provenienti da Paesi africani, tra cui 22 bambini tra i 3 mesi e i 16 anni. Non si tratta solo di un luogo di prima accoglienza, ma di un percorso strutturato di integrazione, autonomia e inclusione sociale, che coinvolge famiglie, donne sole e persone in condizione di particolare vulnerabilità.
“Questa è la nostra scommessa più grande”, sottolinea il presidente della Fondazione, don Alfio Li Noce, evidenziando l’impegno educativo verso i minori e la costruzione di reti con il territorio.
La struttura opera in sinergia con prefettura, questura e Asp di Siracusa, che ha attivato un presidio sanitario interno con medico di base, pediatra e dermatologo. Villa Mater Dei è anche un presidio di welfare comunitario: vi lavorano 20 operatori, supportati da volontari, servizio civile e numerose realtà associative.
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Al centro della scorsa puntata di “Sovvenire in Radio – La Chiesa in servizio” (in replica giovedì alle 8.30) è stata la pastorale dello sport, sostenuta dai fondi dell’8xmille, e il valore educativo e sociale dell’attività sportiva nel contesto ecclesiale.
Nel corso dell’intervista, don Walter Onano, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale dello sport, ha illustrato come l’impegno dell’ufficio si sviluppi attraverso una rete di relazioni con associazioni sportive, scuole e oratori, con l’obiettivo di mantenere un contatto costante con le realtà del territorio, soprattutto a favore dei giovani e della formazione scolastica.
Il sacerdote ha sottolineato come lo sport possa essere uno strumento di evangelizzazione e incontro, capace di trasmettere valori umani e spirituali. Ha richiamato l’impegno della Chiesa nel promuovere tornei e momenti di aggregazione, ricordando come “la missione sia portare il Vangelo anche nei campi di calcio”, e citando l’esperienza di una nazionale di sacerdoti attiva in iniziative sportive e solidali.
Tra i temi affrontati è emerso quello della pace, considerata da don Onano un valore centrale dello sport, insieme a correttezza, onestà e rispetto reciproco.
Ampio spazio è stato dedicato al Torneo della Pace, che coinvolge sacerdoti e realtà ecclesiali e che unisce all’aspetto sportivo una finalità benefica, con raccolte fondi per progetti di solidarietà. Sono stati citati anche tornei svolti a Milano e in altre diocesi, occasioni di incontro e fraternità tra comunità e sacerdoti di diverse provenienze.
Infine, è stata evidenziata la collaborazione tra pastorale giovanile, scolastica e sportiva per promuovere iniziative condivise capaci di coinvolgere giovani, parrocchie e scuole, favorendo l’integrazione tra sport, formazione e vita comunitaria.
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Una campagna che evolve e punta sulla consapevolezza. Dopo una prima fase dedicata al racconto della presenza della Chiesa nella vita quotidiana, la nuova comunicazione dell’8xmille alla Chiesa cattolica entra nel vivo con una chiamata esplicita alla firma. Al centro, storie concrete di accoglienza e rinascita e un messaggio chiaro: sostenere la Chiesa significa sostenere una rete capillare di prossimità spesso invisibile. Ne parla al Sir Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio Cei per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica in questa intervista di Filippo Passantino.
Qual è lo spirito della nuova campagna 8xmille? Questa campagna nasce come evoluzione di un percorso iniziato con una prima fase dedicata all’immagine della Chiesa. In quel momento non chiedevamo nulla: volevamo semplicemente raccontare che la Chiesa è molto più di quanto si creda. Oggi facciamo un passo in più, con una call to action chiara sulla firma dell’8xmille. Diciamo che la Chiesa è carità, attenzione, ascolto, vicinanza: realtà concrete che possono essere sostenute proprio attraverso quella firma. È un invito a rendersi conto che l’8xmille sostiene un mondo fatto di fede, aiuto e presenza quotidiana.
Al centro ci sono sei storie di accoglienza e rinascita. Quanto è importante questo concetto? È fondamentale. L’approccio della Chiesa cattolica e della Caritas non è quello di offrire solo un aiuto immediato e poi fermarsi, ma di accompagnare le persone in un percorso. L’obiettivo è aiutarle a ricostruire la propria vita, che si tratti di italiani o di stranieri. Siamo presenti nelle emergenze, nei contesti più difficili, anche nei Paesi più poveri, ma sempre con l’idea di offrire strumenti per una vita dignitosa. La parola “rinascita” descrive bene questo modo di operare: non assistenzialismo, ma accompagnamento e autonomia.
C’è anche un tema di percezione del ruolo della Chiesa nella società… Sì, ed è un punto decisivo. Il ruolo sociale della Chiesa spesso non è percepito fino in fondo dalla maggior parte degli italiani. Eppure, è un ruolo sociale fondamentale. Senza questa presenza capillare sul territorio, ci sarebbero vuoti molto difficili da colmare. La campagna vuole anche rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto nella quotidianità.
Quali sono le principali novità sul piano del linguaggio e dei media? La televisione resta centrale, ma abbiamo rafforzato in modo significativo la presenza sui canali digitali e social. Un contributo importante è arrivato anche dai giovani coinvolti nel progetto “Shine to share”: hanno visitato le opere nei loro territori e alcuni hanno partecipato direttamente alla realizzazione degli spot. Questo ha portato un linguaggio più fresco, più autentico, capace di parlare anche alle nuove generazioni.
A chi si rivolge la campagna? L’obiettivo è raggiungere tutti gli italiani, ma con una segmentazione chiara. Ci sono i nostri interlocutori più vicini, già coinvolti nella vita delle diocesi, a cui ricordiamo l’importanza di rinnovare la fiducia. Poi c’è una fascia molto ampia di persone tra i 40 e i 50 anni, che condividono i nostri valori ma sono più distanti dalla pratica ecclesiale: per loro la campagna può rappresentare un’occasione di riavvicinamento. Infine, guardiamo anche a chi è molto lontano dalla Chiesa, ma può riconoscerne il valore, ad esempio nella tutela del patrimonio artistico o nel contributo sociale. Anche per loro l’8xmille può diventare una scelta significativa.