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Edilizia di culto / Cinque nuove chiese per le periferie romane

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A Roma il 13 gennaio è avvenuta la presentazione del “Programma nuove chiese” alla presenza del Cardinale Reina. Si punta, entro pochi anni, a dotare di strutture architettoniche sostenibili ed economiche cinque comunità parrocchiali già esistenti, ma finora prive di edifici destinati al culto e alla pastorale. Il 20 gennaio il lancio dell’avviso pubblico per individuare i progetti con una “Manifestazione di interesse” che, pubblicata sul sito della CEI, avrà lo scopo di individuare a livello nazionale i gruppi di professionisti ed esperti da invitare ai diversi concorsi di progettazione.

Vi proponiamo questo servizio, a cura di Paolo Ondarza per Vatican News, con le interviste al Cardinale Baldo Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, a don Luca Franceschini, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della CEI, e a Emanuele Pozzilli, architetto e direttore dell’Ufficio per l’edilizia di culto del Vicariato di Roma.

Se è vero che nel territorio della Diocesi di Roma sono già presenti circa un migliaio di chiese, va considerata la continua espansione demografica della città. Ogni singola parrocchia, ha specificato il Cardinale Reina, presenta “esigenze diverse” e il progetto presentato è “frutto di un dialogo e di un ascolto delle comunità, portato avanti da anni insieme alla CEI”. La finalità è dunque quella di “creare edifici rispondenti alle reali esigenze delle singole comunità, con l’auspicio di poterli inaugurare a breve”.

Negli ultimi 25 anni sono stati eseguiti 37 interventi, 25 dei quali riguardanti la costruzione di complessi parrocchiali. La spesa prevista per i lavori era di circa 98 milioni di euro, 57 dei quali provenienti dall’8xmille. “Sono numeri che evidenziano la centralità del tema della sostenibilità economica”, ha osservato don Luca Franceschini, “proprio per questo è necessario orientarsi verso edifici più sostenibili: non vogliamo più costruire grandi edifici in cemento armato”.

Anche per questo motivo, la proposta di realizzare costruzioni in legno ha incontrato il favore maggioritario di vescovi, parroci e comunità. “Lo sviluppo che negli ultimi due decenni ha interessato questa tecnologia, intrinsecamente ecologica e sostenibile”, ha evidenziato Emanuele Pozzilli, “consente di superare tutti i possibili pregiudizi e di apprezzarne i vantaggi, quali le proprietà isolanti, l’igroscopicità, la resistenza e la leggerezza, la resistenza al fuoco, nonché la possibilità di raggiungere livelli avanzati di prefabbricazione, con il conseguente maggiore controllo dei costi e dei tempi di realizzazione”.

La fase progettuale, che in accordo con la CEI avrà inizio a partire dal prossimo 20 gennaio, avrà lo scopo di individuare a livello nazionale i gruppi di professionisti ed esperti da invitare ai diversi concorsi di progettazione. “I gruppi di progettazione – ha spiegato Pozzilli – saranno costituiti da un tecnico progettista, da un liturgista e da un artista”. Gli esiti di tali procedure saranno valutati da una commissione giudicatrice. Seguirà un incarico professionale ai gruppi vincitori. L’affidamento dei lavori si svolgerà poi in forma di appalto integrato.

8xmille / Madagascar, Caritas Italiana vicina alla popolazione vittima del clima

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Una sequela di eventi atmosferici estremi ha colpito il Paese africano negli ultimi anni. Di fronte a tale emergenza la Chiesa cattolica si è attivata attraverso Caritas Madagascar, con programmi umanitari ad hoc. Dall’Italia sussidi in denaro alla popolazione per permettere alle famiglie di far fronte ai bisogni e sostenere l’economia locale.

Nel servizio di Enrico Casale per Vatican News (qui) l’intervista a Fabrizio Cavalletti, coordinatore dei programmi in Africa di Caritas Italiana, nella quale spiega: «L’impegno di Caritas Italiana si concentra sul supporto alla rete locale, attivando interventi che si focalizzano sui territori investiti dalle traiettorie distruttive dei venti. Nel 2025 gli interventi più significativi hanno riguardato la regione di Analamanga, nel centro dell’isola, e quella di Atsimo Andrefana, nella punta sud-occidentale. I cicloni seguono spesso una rotta diagonale: entrano dalle coste orientali, attraversano il cuore del paese e scaricano la loro furia verso le zone meridionali, lasciandosi alle spalle una scia di devastazione che non risparmia abitazioni né infrastrutture».

Gli effetti di questi eventi sono catastrofici per le popolazioni composte principalmente da piccoli agricoltori e allevatori. Il passaggio di un ciclone non significa solo lo sfollamento di migliaia di persone ma l’annientamento totale dei mezzi di sussistenza attraverso la perdita dei raccolti e degli animali. A ciò si aggiunge l’allerta sanitaria: le piogge torrenziali rendono le condizioni igieniche precarie, elevando esponenzialmente il rischio di epidemie di colera e di altre patologie. Per rispondere alla crisi, la strategia di aiuto si è evoluta verso un modello che punta al coinvolgimento della popolazione e alla ripresa dei mercati. Negli ultimi anni, spiega Cavalletti, «abbiamo adottato una strategia che privilegia i sussidi in denaro alla popolazione, preferendoli alla fornitura diretta di beni. Questa scelta permette alle famiglie di acquistare ciò di cui hanno effettivamente bisogno e, allo stesso tempo, inietta liquidità nell’economia locale, aiutando i piccoli commercianti e imprenditori a sopravvivere al disastro. Tuttavia, tale approccio resta possibile solo finché i mercati sono accessibili. In caso contrario la Caritas deve farsi carico di complessi e costosi sforzi logistici per trasportare beni di prima necessità in zone isolate dalle alluvioni».

Ma il vero nemico degli interventi in Madagascar è oggi il silenzio mediatico. «Nelle nostre comunità si conosce poco delle dinamiche africane perché i nostri media ne parlano raramente», osserva Cavalletti: «La conseguenza diretta di questo silenzio è la carenza di fondi per i programmi umanitari. La gente non è informata e difficilmente dona. Gran parte del lavoro svolto nel 2025 è stato possibile solo grazie ai fondi dell’8xmille della Chiesa cattolica stanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana. Senza un’informazione costante è difficile sensibilizzare le comunità e raccogliere le risorse necessarie per chi ha perso tutto».

8xmille / “Festività fragili”: cosa accadrebbe se…

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Finite le feste natalizie e iniziato il nuovo anno, ciascuno è tornato alla propria routine quotidiana. Mentre molti attendono con ansia e gioia il lungo periodo festivo, per le persone indigenti esso può trasformarsi in un tempo “fragile”, con giorni, settimane o mesi che rimangono tali anche dopo Natale, se privi di un aiuto concreto. Il sostegno della Chiesa cattolica, attraverso risorse economiche e umane, si rivela perciò indispensabile.

Bene lo spiegano i seguenti articoli pubblicati sul SIR (l’agenzia di stampa della CEI) a cura di Marco Calvarese a partire dal 22 dicembre: una trilogia dedicata a un “Natale distopico”.

Ad esempio, si domanda il giornalista, cosa accadrebbe se, proprio a Natale, tutte le mense Caritas chiudessero? Dall’analisi dei numeri, viene mostrato come un solo giorno di stop sarebbe bastato a far emergere la fragilità nascosta del Paese: migliaia di persone senza pasto, pronto soccorso sotto pressione, servizi sociali al collasso. Le mense non sono un gesto caritatevole, ma un pilastro invisibile del welfare italiano, sorretto da volontari, donazioni e fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica in ItaliaE gli Empori? Non sono semplici negozi. Sono ammortizzatori sociali che impediscono a famiglie vulnerabili di precipitare nell’indigenza totale. E senza volontari? Molti cittadini rimarrebbero senza aiuto, e l’apparente sicurezza del Paese crollerebbe in poche ore.

Vi proponiamo questa trilogia attraverso i titoli che portano ai diversi articoli pubblicati:

E se tutte le mense chiudessero domani? Il Natale si trasforma in emergenza (22 dicembre)

Il carrello vuoto che farebbe tremare l’Italia (23 dicembre)

90.000 eroi invisibili: cosa accadrebbe se sparissero per un giorno? (24 dicembre)

Uniti nel Dono / Mons. Carlassare: “Senza la misericordia non possiamo vivere”

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A Schio (VI), nel luogo dove si conserva la memoria di Santa Giuseppina Bakhita, abbiamo incontrato il Vescovo di Bentiu, Mons. Christian Carlassare, raccogliendo la sua testimonianza missionaria in Sud Sudan e la sua riflessione sulla centralità della misericordia nella vita cristiana.

(Testo, foto e video di Giovanni Panozzo)

Violenza e perdono

“Quando mi sono trovato un fucile spianato di fronte a me, a soli tre metri di distanza, erano solo tre metri ma c’era una grande distanza tra me e la persona che imbracciava quell’arma. Non mi sarei mai aspettato di essere il bersaglio di un attacco, ma in quel momento ho visto tutta la distanza tra la rabbia e la violenza che mi stava davanti e quanto ho sempre cercato di vivere e sento di dover vivere. Per questo le parole subito dopo l’attentato sono state parole di perdono, parole che hanno liberato prima di tutto me da quanto era accaduto, parole che hanno cercato di ricucire la distanza che c’era tra me e le persone che mi hanno attaccato”.

Sono passati quasi cinque anni da quella notte di aprile del 2021, quando due uomini introdottisi nella sua casa lo percossero e gli spararono alle gambe, ma nel cuore del giovane missionario comboniano –  che era appena stato nominato vescovo – il sigillo della misericordia si è fatto ancor più indelebile.

“Senza la misericordia non si può vivere, soprattutto quando si fanno delle esperienze dure nella propria vita, in cui ci si sente feriti. Capita a tutti, ma non capita a tutti di ricevere questo dono: essere capaci di vivere il perdono. La misericordia è quello che ci rende davvero liberi. La misericordia che parte dal perdono è un dono che si fa innanzitutto a noi stessi, per vivere nella libertà dalla rabbia, dalla paura, dall’insoddisfazione”.

Qui l’articolo completo.

Chi è Mons. Christinan Carlassare – Nato a Schio (VI) nel 1977, dopo la maturità entra nei missionari comboniani del Cuore di Gesù e nel 2004 viene ordinato sacerdote, a Verona. Dopo l’ordinazione parte per il Sudan del Sud per imparare la lingua nuer e dal 2006 al 2016 è prima vicario parrocchiale e poi parroco nello stato di Jonglei. Per la sua congregazione, dal 2017 al 2019 è vice-provinciale in Sudan del Sud. Nel 2020 viene nominato vicario generale della diocesi di Malakal e l’8 marzo 2021 papa Francesco lo nomina Vescovo di Rumbek. Al momento della sua elezione è il più giovane Vescovo cattolico italiano. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2021 fanno irruzione nella sua canonica due uomini armati che prima picchiano il presule e poi gli sparano alle gambe. Il 25 marzo 2022, rimessosi in salute, riceve l’ordinazione episcopale, nella cattedrale della Sacra Famiglia a Rumbek e prende possesso della diocesi. Il 3 luglio 2024 papa Francesco lo nomina primo Vescovo di Bentiu. L’11 agosto successivo prenderà possesso della diocesi.

 

Leone XIV ai sacerdoti: nessun pastore è solo, rinnovare l’impegno formativo

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La fedeltà declinata nel servizio umile a ogni persona, nel dialogo costante con Dio e con il Suo Popolo attraverso una formazione permanente, nella dimensione di fratellanza tra i sacerdoti e con la Chiesa tutta, nello spirito missionario e sinodale che travalica ogni tentazione all’autocelebrazione. Sono alcune delle priorità che Leone XIV desidera vengano intensificate nella vita sacerdotale contenute nella lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro” firmata l’8 dicembre e diffusa lo scorso 22 dicembre in occasione del sessantesimo anniversario dei decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum Ordinis, documenti considerati “una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale”, da rileggere con freschezza e attualità considerando quella radice da non perdere mai di vista che è il legame ineludibile tra Cristo e la Chiesa. L’auspicio del Papa è che la celebrazione delle due ricorrenze generi una “rinnovata Pentecoste vocazionale”.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA APOSTOLICA

Nel documento si affronta la formazione integrale per prevenire abusi e abbandoni
Il seminario deve essere “una scuola degli affetti” che deve educare ad una solidità tale che ogni dimensione umana e spirituale sia ben integrata. In questo modo si è capaci di “relazioni autentiche con tutti” e si può “assumere l’impegno del celibato e annunciare in modo credibile il Vangelo”. In particolare, la riflessione non tace ferite aperte. “Il tema della formazione risulta essere centrale anche per far fronte al fenomeno di coloro che, dopo qualche anno o anche dopo decenni, abbandonano il ministero. Questa dolorosa realtà, infatti, non è da interpretare solo in chiave giuridica, ma chiede di guardare con attenzione e compassione alla storia di questi fratelli e alle molteplici ragioni che hanno potuto condurli a una tale decisione. E la risposta da dare è anzitutto un rinnovato impegno formativo”.

Nessun pastore esiste da solo
Papa Leone insiste molto sulla tentazione all’autoreferenzialità che va fuggita perché il senso della vocazione sacerdotale è sempre relazionale: “Nessun pastore esiste da solo!”. La cura reciproca combatte narcisismo ed egocentrismo, promuovendo comunione, sinodalità e missione attraverso ascolto e servizio. La fraternità presbiterale, incalza ancora il testo, non è solo un ideale o uno slogan, “ma un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore”. In questa direzione molto resta da fare, dice il Pontefice. Ed entra nel concreto di alcune questioni: “dalla perequazione economica tra quanti servono parrocchie povere e coloro che svolgono il ministero in comunità benestanti” alla previdenza per le malattie e l’anzianità, che in alcune diocesi o nazioni non è ancora assicurata. “La cura reciproca – precisa, inoltre, considerandola una istanza fondamentale -, in particolare l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del popolo che ci è affidato”.

Promuovere forme di vita comune
Il Papa fa riferimento poi ad una delle “derive” che possono intaccare la vita sacerdotale, la solitudine, “che spegne lo slancio apostolico e può causare un triste ripiegamento su sé stessi”. Perciò il Pontefice auspica forme di vita comune nelle Chiese locali per nutrire vita spirituale, intellettuale e collaborazione ministeriale. In tempi fragili, presbiteri e diaconi permanenti, configurati a Cristo Servo, testimoniano comunione attraverso servizio umile ai più poveri.

In un tempo di grandi fragilità, tutti i ministri ordinati sono chiamati a vivere la comunione tornando all’essenziale e facendosi prossimi alle persone, per custodire la speranza che prende volto nel servizio umile e concreto. In questo orizzonte, soprattutto il ministero del diacono permanente, configurato a Cristo Servo, è segno vivo di un amore che non resta alla superficie, ma si china, ascolta e si dona. La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione”.

Valorizzare il diaconato, i fedeli laici, la sinodalità
Il Papa afferma l’importanza di conoscere, valorizzare e sostenere il diaconato come servizio discreto ed essenziale. È importante promuovere il ruolo dei laici in ottica sinodale, familiarizzando i preti col Documento finale del Sinodo. Superare leadership esclusiva del presbitero per una conduzione collegiale con diaconi, laici e Popolo di Dio, valorizzando i carismi dello Spirito, senza confondere potestà sacramentale con potere (cfr. Evangelii Gaudium).

Le indicazioni del Papa: “Per attuare sempre meglio un’ecclesiologia di comunione, occorre che il ministero del presbitero superi il modello di una leadership esclusiva, che determina l’accentramento della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità affidate a lui solo, tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella cooperazione tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel vicendevole arricchimento che è frutto della varietà dei carismi suscitati dallo Spirito Santo. Come ci ricorda Evangelii gaudium, il sacerdozio ministeriale e la configurazione col Cristo Sposo non devono portarci a identificare la potestà sacramentale con il potere […]”.

Le tentazioni dell’efficientismo e del quietismo
La vocazione si dispiega, continua Leone XIV, nella gioia del servizio, evitando efficientismo iperconnesso e mediatico, o quietismo pigro. L’evangelizzazione non si misura in progetti o prestazioni, ma richiede risposta efficace con vita sobria, casta e relazioni autentiche. Cercare l’armonia tra contemplazione e azione centrata sulla dimensione pasquale, senza trascurare preghiera, studio e fraternità, orientati a Cristo risorto: “Donarsi senza riserve, in ogni caso, non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale, ma al contrario diventa l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù, morto e risorto per la salvezza del mondo”.

Uniti nel Dono / Don Emilio, giardiniere di Dio per tutte le età

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Dai bambini ai più anziani, nella comunità parrocchiale di Santa Maria Apparente a Civitanova Marche, don Emilio Rocchi vive il proprio impegno sentendosi chiamato a “coltivare, annaffiare e far crescere tutto il buono che c’è”. Dalla scuola materna alla pastorale per la terza età, quella della pastorale famigliare è la nota dominante, in un dialogo tra le generazioni. Il parroco è un punto di riferimento anche per il Movimento dei Focolari. Scopri la sua storia e della sua comunità nel servizio di Giulia Rocchi su unitineldono.it.

Uniti nel Dono / Oratorio, cantiere di futuro

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Lo sguardo puro dei bambini, la sete di verità dei giovani: ecco il motore che dà slancio e vitalità alla proposta educativa degli oratori, anche a Mantova. Nel racconto di don Andrea Grandi su unitineldono.it e di chi lo aiuta ad animare le attività, la scommessa del mettersi in gioco e il ruolo di supporto dell’ANSPI per realizzare i progetti.

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“Lavorare con i giovani mi piace perché hanno un grande desiderio di Verità, cercano di capire il mondo“.
Don Andrea Grandi, classe 1975, parroco in solido con don Marco Bighi di Rivalta sul Mincio, Rodigo, Castellucchio e Gabbiana di Castellucchio, in provincia e diocesi di Mantova, spiega così la sua inclinazione per il lavoro pastorale con i giovani.

Una vocazione che nasce da lontano. “Sono cresciuto in una famiglia religiosa – ricorda don Andrea – ma da adolescente ero molto lontano dalla Chiesa, poi mi sono riavvicinato grazie a un gruppo di volontari che raccoglieva materiali che, rivenduti, servivano per finanziare un gruppo missionario in America Latina. A 21 anni sono partito per il Perù con Operazione Mato Grosso: dovevo stare lì quattro mesi e ci sono rimasto per due anni. Durante la settimana lavoravamo alla costruzione di una scuola, mentre nel fine settimana animavamo l’oratorio”.
A cambiare la vita di don Andrea, che prima di partire lavorava in una tipografia, l’incontro con una realtà molto diversa (“non c’era niente, molte delle persone soffrivano la fame”, spiega) ma soprattutto un evento. “Mentre ero in Perù – riprende don Andrea – venne rapito padre Daniele Badiali, un sacerdote di Faenza. Volevano un riscatto ma lo uccisero perché probabilmente aveva riconosciuto uno dei suoi rapitori. Dopo questo evento cominciai a farmi delle domande sulla mia vita. Padre Ugo De Censi (fondatore dell’operazione Mato Grosso e parroco in Perù, n.d.R)  mi aveva detto che avevo le qualità per fare il sacerdote e che mi avrebbe visto bene a lavorare con i giovani, ma io non ero per nulla convinto. Solo qualche tempo dopo la morte di padre Daniele mi convinsi e gli scrissi al contrario che quando voleva io ci sarei stato”.

Andrea, che aveva svolto il servizio civile come obiettore di coscienza in una comunità per tossicodipendenti, entra in seminario e viene ordinato nel 2005. “Ho girato un po’ di parrocchie sia in provincia che in città – dice il sacerdote mantovano – mi sono occupato della pastorale giovanile della diocesi”. Un percorso in cui don Andrea ha sempre accompagnato i ragazzi e le ragazze. “Ho iniziato a Castel Goffredo – ricorda -, dove mi avevano chiesto di organizzare i gruppi giovanili della parrocchia”. In quel contesto il sacerdote ha conosciuto l’Associazione Nazionale San Paolo Italia (ANSPI), di cui è presidente del Comitato Regionale della Lombardia. “L’associazione offre un costante supporto alle attività degli oratori – spiega ancora don Andrea – come ad esempio nell’organizzare iniziative per finanziare un campo da calcio o altre strutture”. “In più – aggiunge – essendo un ente di promozione sociale, Anspi ci ha aiutato nel post pandemia, perché l’affiliazione con loro ci ha permesso di organizzare il GR.EST” .

Tra chi dà una mano a don Andrea all’oratorio di Rivalta sul Mincio c’è Debora, 24 anni. “Ho sempre frequentato con la mia famiglia l’ambiente dell’oratorio – spiega la ragazza, laureata in scienze dell’assistenza sociale e che ora sta conseguendo la laurea magistrale – ma ho cominciato ad aiutare facendo la catechista con mia mamma”. “Attualmente – aggiunge – faccio catechismo con i bambini di quarta elementare e poi seguo il gruppo di quarta superiore”.

Un’esperienza che per Debora è fonte di arricchimento. “A me piace lavorare con i bambini  – racconta la giovane – perché sono divertenti e perché guardano il mondo con occhi puri. Confrontandomi con i ragazzi più grandi, poi, mi rendo conto di quante difficoltà abbiano anche nel relazionarsi e cerco di rendermi disponibile anche semplicemente per ascoltarli”. Ragazzi che variano anche secondo i periodi dell’anno. “Durante le tre settimane estive di GR.EST – racconta Debora – riusciamo ad avere anche una sessantina di giovani che vanno dalla prima alla quinta superiore, poi però durante l’anno il numero si riduce drasticamente a una ventina”. “Non è sempre facile coinvolgerli, ma il fatto di vivere in un paese piccolo – aggiunge la catechista – è un vantaggio, perché conoscendoci praticamente tutti, sappiamo chi sono quelli che fanno più fatica a integrarsi e cerchiamo di coinvolgerli maggiormente”. Vivere e stare in oratorio ha segnato profondamente Debora. “In quel contesto – conclude la studentessa – ho scoperto come il sociale, il volontariato con la continua voglia di mettermi in gioco era una cosa per cui ero portata”.

(Roberto Brambilla)

 

Auguri a tutti di Buon Natale e Felice 2026 dal Servizio Promozione Sostegno Economico

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So che ci sono persone che, da quando hanno il telefono cellulare, hanno smesso di portare l’orologio. Per me non è così. Sarò all’antica ma il rapporto con quell’oggetto fa parte delle mie abitudini quotidiane. E comunque non c’è nessuno che non debba fare i conti con la tirannia delle lancette, analogiche o digitali che siano.

Lo scorrere del tempo segna le nostre giornate, trasforma le nostre fitte agende in una serie incalzante di impegni, di incontri, di colloqui. Alle persone, spesso, possiamo concedere solo qualche minuto e stiamo sempre molto attenti a non arrivare in ritardo o a evitare che un impegno sottragga prezioso tempo a quello seguente.

Poi succede che viene cancellato un volo, che un treno ritarda e si perde una coincidenza, che una coda inaspettata fa saltare la catena degli appuntamenti e magari ci si trova, improvvisamente, a dover scendere dalla giostra degli incastri e a guardarci, per un attimo, allo specchio…

È qui che il Signore ci sta aspettando. È proprio qui che vuole trovare la mangiatoia in cui arrivare per incontrarci, anche quest’anno. Il tempo non può essere una gabbia che ci imprigiona, né uno spaventoso vuoto da riempire fino all’orlo. Il tempo è la nostra unica, vera occasione per incontrare l’altro e, di conseguenza, l’Altro.

Anche quest’anno viene a ricordarcelo un Neonato infreddolito, arrivato alla periferia del mondo. Aspettavamo un messia potente e glorioso, e invece è arrivato un Bambino inerme e povero, per il quale non c’era altro posto che una stalla. Lo stesso che poi sarebbe finito inchiodato sul legno di una croce. Eppure, è lì che ci aspetta il nostro Dio: nelle pieghe più umili delle nostre giornate troppo piene. Nell’imprevisto che restituisce umanità alla nostra agenda senza buchi. Nei momenti in cui riusciamo, finalmente, a perdere un po’ di tempo per quel che conta davvero e a liberare la verità delle relazioni e della nostra umanità.

Ecco il Natale che vi auguro. E insieme a voi ringrazio Dio per il dono dei nostri sacerdoti, che con la loro intera vita continuano a ricordarci qual è il solo ritardo che non possiamo permetterci: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori”. (Agostino, Confessioni X, 27)

Massimo Monzio Compagnoni
e tutto lo Staff del Servizio Promozione Sostegno Economico alla Chiesa cattolica

8xmille / La visita di Mons. Baturi in Etiopia

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Si è conlcusa il 12 dicembre la visita di Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, in Etiopia, in occasione del 25° anniversario del St. Luke Catholic Hospital e dell’inaugurazione del nuovo corso di Laurea in Scienze Infermieristiche ed Ostetricia. Si tratta di progetti, realizzati con i fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, che testimoniano la vicinanza alla popolazione locale e l’impegno della Chiesa italiana per lo sviluppo integrale dei Paesi poveri.

Grazie a queste risorse, recentemente è stato possibile ampliare la scuola per infermieri e ostetriche e avviare il progetto “Un vivaio di talenti per il sistema sanitario dell’Etiopia”, corso di Laurea in Scienze Infermieristiche ed Ostetricia (con un finanziamento di 658.623 euro).

L’ospedale St. Luke si trova a Wolisso, nella regione South West Shoa, a circa 130 Km da Addis Abeba. Gestito dalla Chiesa cattolica etiope e dal Governo etiope con Cuamm-Medici con l’Africa, è una delle poche strutture in Etiopia che prevede fasce protette per reddito e che tende a privilegiare l’assistenza a madri, bambini e persone fragili. “Questo ospedale è come la vita, l’abbiamo aiutato a nascere e ora vogliamo continuare a farlo crescere. Ringraziamo tutte le persone impegnate nella sua gestione. La fede ci chiama a condividere la carità con la comunità, costruendo un mondo nuovo, dove i bambini possano nascere in sicurezza e donne e giovani crescere in salute”, ha sottolineato Mons. Baturi durante la cerimonia alla quale hanno partecipato il direttore del Cuamm, don Dante Carraro, il Vescovo Lukas Teshome Fikre, una delegazione del Ministero della Salute e le autorità dell’Oromia. Importante il cammino compiuto in questi 25 anni, come testimoniano alcuni dati: 250.000 ammissioni, 1,6 milioni di visite, 70.000 parti e oltre 900 giovani formati. La cerimonia è stata anche occasione per ricordare Lukas, primo nato, e Moreda, primo paziente.

Mons. Baturi, che nel viaggio è stato accompagnato dal responsabile del Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli della CEI, don Gabriele Pipinato, ha potuto anche visitare l’Università Cattolica di Addis Abeba, che la Chiesa italiana ha molto sostenuto negli anni, e incontrare la Conferenza Episcopale Etiope che ha espresso la sua grande gratitudine per la prossimità e l’aiuto concreto fornito attraverso l’8xmille.

“Città Nuova” / Monzio Compagnoni: “La famiglia di chi non ha più famiglia”

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Quale contributo offre la Chiesa alla società italiana attraverso i fondi dell’8xmille? Risponde Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio Promozione Sostegno Economico della CEI, sul periodico dei focolarini Città Nuova in questa intervista rilasciata a Giulio Meazzini.

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Massimo Monzio Compagnoni è un laico che ha scelto di mettere al servizio della Chiesa le competenze professionali che ha sviluppato in una vita di lavoro. In pratica, nella seconda fase della sua vita ha scoperto la bellezza di poter far coincidere i propri valori con l’attività che svolge, quindi di mettere a disposizione della Chiesa cattolica i propri valori, quello che ha imparato nella vita.

Riassumiamo brevemente queste competenze professionali…
Ho iniziato in un’azienda di consulenza, passando dal marketing strategico alla riorganizzazione aziendale, all’analisi dei dati e dei bilanci, fino alle strategie per i media. Successivamente sono entrato in un grande editore italiano, poi in una multinazionale americana dell’editoria. Siccome avevo il pallino dell’innovazione, ho lanciato anche una startup e poi l’ho venduta. Alla fine, sono arrivato alla Chiesa cattolica perché volevo restituire quello che la vita mi aveva dato, visto che sono stato fortunato. Adesso mi piace l’idea di essere al servizio di qualcosa di importante.

Quest’anno ricorrono i quarant’anni da quando è stata istituita, per i contribuenti italiani, la possibilità di devolvere l’8 per mille del proprio reddito. Quale bilancio si può fare?
Per la Chiesa cattolica è il bilancio di una presenza, nella società italiana, prima di tutto per un servizio di tipo spirituale, molto importante in un mondo in cui ansia, solitudine e smarrimento stanno crescendo. La Chiesa ti offre una presenza, un ascolto, un accompagnamento umano e spirituale, accessibile a tutti, credenti e non credenti. Una presenza che dura da secoli e secoli, nella storia.

Poi c’è anche la parte dei servizi…
Le differenze sociali oggi stanno crescendo. Quindi il ruolo della Chiesa sembra diventare sempre più importante perché le persone non sono più in grado di ottenere quello che prima era considerato il minimo indispensabile, tipo la sanità in tempi adeguati e così via. Avere la Chiesa che fa anche welfare, quanto vale? Tantissimo secondo me, e la gente non se ne rende conto finché non ne ha bisogno.

Normalmente si pensa che la Caritas distribuisca solo panini, invece lei parla di sanità…
Faccio un esempio, l’ambulatorio polifunzionale della Caritas diocesana di Cagliari. Servizio totalmente gratuito, sostenuto da 70 volontari fra medici, odontoiatri, infermieri, farmacisti e amministrativi che garantiscono visite di medicina generale e 18 specialità. Nel 2025 hanno erogato 1.700 prestazioni mediche per circa 600 persone fra italiani e stranieri. In tutta Italia quest’anno siamo arrivati a 5 milioni di interventi della Caritas per beni e servizi, materiali, distribuzione, cibo, mense, empori, alloggio e ascolto.

I servizi sono assicurati da laici, volontari e professionisti?
Anche i professionisti sono volontari. Forniamo sostegno socio-assistenziale, affidamento familiare, sostegno socio-educativo e assistenza domiciliare. Socio-educativo vuol dire che vengono aiutate le persone nel reinserimento nella società, nel mondo del lavoro e così via, perché dare un aiuto non significa soltanto offrire un panino, ma anche cercare di riportare le persone a vivere una vita normale, che siano italiani o no. Ci sono tanti italiani nel bisogno, ormai la sanità è quella che è. E poi forniamo anche orientamento, consulenze, tutela sui diritti e così via. Infine formazione, cioè la scuola, che è un mondo. In totale 5 milioni di interventi. In quarant’anni la Chiesa ha riportato nel territorio 30 miliardi di euro, tasse pagate che, grazie ai servizi che la Chiesa offre, sono rientrati tipicamente nel territorio. Lo Stato dovrebbe riconoscere il valore dell’aiuto immediato che offre la Chiesa, la quale diventa la famiglia di chi non ha più famiglia. Quando non hai, non trovi, sei da solo, dove vai? Una porta aperta, che diventa la tua famiglia, molto spesso è la Chiesa.